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Valle Maira

La Valle Maira, detta anche Valle Macra (Val Màira in piemontese), è una valle alpina in Provincia di Cuneo e prende il nome dal torrente Maira che la percorre nella sua lunghezza.

Alta valle Maira
Stati Italia
Regioni Piemonte
Province Cuneo
Località principali Busca, Villar San Costanzo, Dronero, Roccabruna, Cartignano, San Damiano Macra, Macra, Celle di Macra, Stroppo, Elva, Canosio, Marmora, Prazzo, AcceglioComunità montana
Comunità montana Valle MairaFiume Maira

 

Geografia

La valle confina a nord con la valle Varaita, che corre parallela; a sud confina nella bassa valle con la valle Grana e nell’alta valle con la valle Stura di Demonte; ad ovest confina con la Francia e ad est ha il suo sbocco sulla pianura padana.

È lunga circa 45 km ed è tagliata a metà dal torrente che le dà il nome: il Maira.

L’intera valle presenta un orientamento pressoché costante lungo la direttrice di Est-Ovest ed è delimitata da due massicce catene montuose che si originano a partire dal compatto rilievo del Brec de Chambeyron formando dei definiti spartiacque con le valli dell’Ubayette (in territorio francese) a ovest, della Stura di Demonte e Grana a sud e Varaita a nord.

 

Valli secondarie

 Schema morfologico della valle Maira: le linee arancione rappresentano le creste, quelle violetto il fondo-valle e i punti in nero i centri abitati

Nella parte bassa la valle è abbastanza continua, e dirama solo valloni di piccola dimensione. Nell’alta valle invece si trovano alcune valli laterali di dimensioni piuttosto considerevoli:

  • Vallone d’Elva: si stacca in sinistra orografica poco sotto Ponte Marmora e risale verso Nord dapprima in una caratteristica gola, per poi allargarsi più in alto. La strada che la percorre conduce al Colle di Sampeyre, valico carrozzabile per la Valle Varaita
  • Vallone di Marmora: ha il suo sbocco in destra orografica, all’altezza di Ponte Marmora; prosegue rettilineo verso Sud, per poi dividersi ulteriormente poco sotto Canosio
    • il Vallone di Marmora propriamente detto prosegue verso Sud, in direzione del Colle del Mulo e del Colle d’Esischie
    • il Vallone del Preit, che si sviluppa in direzione Sud-Ovest verso Canosio ed il Colle del Preit
  • Vallone di Unerzio: da Acceglio, sale in destra orografica in direzione Sud, arrestandosi contro la cresta spartiacque principale Italia-Francia. Dirama in sinistra orografica il Vallonetto ed il vallone di Enchiausa, chiuso a monte dal monte Oronaye
  • Vallone di Traversiera: ha origine poco a monte di Acceglio, in sinistra orografica, e sale dolcemente in direzione NNO verso ilMonte Bellino e la Valle Varaita
  • Valle del Maurin: da Saretto di Acceglio, sale in direzione NO, occupando l’alta valle.

Testata della valle

A monte di Acceglio la valle vera e propria ha termine in frazione Saretto, in corrispondenza della sorgente del Maira sul versante Sud. Il vallone che si origina da qui e risale in direzione Nord-Ovest prende il nome di “Valle del Maurin”, e risale fino al Colle Maurin; a quota 2000 m circa il vallone si biforca ulteriormente, distaccando in destra orografica il Vallone dell’Infernetto, che risale verso la cresta della Aiguille de Chambeyron. Un ulteriore vallone secondario è il Vallone dell’Autaret, che diramandosi dalla parte alta del vallone di Maurin a monte della biforcazione per l’Infernetto prosegue verso il colle di Bellino e la valle Varaita.

Un caso particolare è il Vallonasso di Stroppia, un vallone sospeso in destra orografica della Valle del Maurin e del Vallone dell’Infernetto, ai piedi del Brec de Chambeyron, che si chiude a valle a quota 2300 m circa con un’alta parete rocciosa che scende quasi verticale a monte della frazione Chiappera, solcata, durante il disgelo e dopo le piogge, da una spettacolare cascata alta centinaia di metri. La sua testata è delimitata dal Col di Gippiera.

Altro interessante vallone sospeso è la Valle di Ciabrera, alla sinistra orografica dell’alta Valle del Maurin, tra quest’ultima ed il colle di Bellino.

Poco a valle di Chiappera dirama in destra orografica il Vallonasso, chiuso a monte dal monte Sautron; a sud di questo, si trova la valle di Apzoi, altra valle sospesa, chiusa in testata dal colle di Enchiausa.

 

Altopiano della Gardetta

L’Altopiano della Gardetta è un vasto altopiano calcareo, posizionato in prossimità dello spartiacque con la valle Stura di Demonte a sud, e con la valle Grana ad est. È una conca chiusa, ricca di saliscendi, idealmente delimitato dal passo della Gardetta, dal colle del Preit, dal colle d’Ancoccia, dal colle Margherina, dal colle di Salsas Blancias, dal colle di Servagno e dal passo di Rocca Brancia. L’altopiano è dominato ad est-nord-est dall’isolata Rocca la Meja.

 

Geologia

 La pianura tra Dronero e Busca

I territori e le cime della valle attraversano un gran numero di differenti formazioni geologiche, identificate da caratteristiche geologiche e petrologiche facilmente distinguibili, la cui conformazione risulta spesso alterata e complicata dalla presenza di fenomeni quali linee di faglia, sovrapposizione di strati rocciosi e altri (dovuti allo spostamento delle bancate rocciose in seguito a fenomeni sismici e orogenetici).

La zona compresa fra i comuni di Dronero e Stroppo risulta letteralmente scavata, verso Nord, nelle propaggini più meridionali del cosiddetto “Massiccio cristallino Dora-Maira”, un banco roccioso composto prevalentemente da rocce metamorfiche (di origine ignea o sedimentaria) quali gneiss, micascisti, graniti ed altre formazioni ricche di silice. In questa fascia risultano completamente incluse le vette dei monti San Bernardo (1610 m), Santa Margherita (1640) e Roccerè (1829), la cui particolare costituzione di rocce “dure” e sfaldabili dona profili erti e notevolmente rocciosi.

A Sud prevalgono invece più fragili rocce di natura dolomitica (formatesi in epoca triassica e norica) che lasciano il posto, più in alto nella valle, a fasce di calcescisti. Comuni inclusioni risultano le ofioliti, rocce metamorfiche femiche derivate dalla subduzione della placca oceanica della Tetide durante la formazione della catena montuosa alpina.

Altra presenza considerevole sono gli scisti feldspatici che, formatisi nel permiano, si sono distribuiti all’interno di una lunga fascia disposta fra la Maddalena ed Acceglio e vari terreni di natura sedimentaria disposti variegatamente lungo la valle.[1]

 

Flora

Il diverso orientamento dei versanti ha permesso la formazione di ambienti contenenti una flora nettamente diversificata che può essere così esemplificata:

  • Versante Sud: caratterizzato da una vegetazione particolarmente fitta in cui si identificano castagneti e faggeti (posti però a quota più elevata dei precedenti) con un sottobosco vario e spesso umido (specialmente nei valloni del rio Piossasco, Moschieres ed altri) ospitante numerose varietà di bosso e ottima flora micotica (di cui fra gli esemplari commestibili i Boletus edulis, Boletus aereus, Boletus aestivalis, Boletus pinophilus e Boletus luridus), che lasciano il posto, a quote più elevate, a boschi misti di latifoglie, pinete e vasti lariceti con un sottobosco di rododendri e varietà di mirtillo selvatico.
  • Versante Nord: più solatio e secco del precedente, caratterizzato da castagneti e faggeti più rari ed una maggiore presenza di lariceti, pinete, abetaie (di cui una secolare nei pressi della borgata di Sant’Anna nel comune di Roccabruna) ed un sottobosco più vario in cui non mancano rare felci, rododendri e mirtilli.

Monti

I monti principali che contornano la valle sono:

In alta valle e sullo spartiacque, con la Francia:

  • Monte Oronaye – 3100 m
  • Auto Vallonasso – 2885 m
  • Cima delle Manse – 2727 m
  • Monte Soubeyran – 2701 m
  • Monte Vallonasso – 3034 m
  • Monte Sautron – 3166 m
  • Rocca Bianca – 3021 m
  • Rocca Blancia – 3193 m
  • Monte Baueria – 2960 m
  • Buc de Nubiera – 3215 m
  • Brec de Chambeyron – 3389 m
  • Tête de la Frema – 3143 m
  • Tête de l’Homme – 3202 m
  • Tête du Vallonet – 2822 m
  • Tête de Cialancion – 3019 m
  • Rocca Provenzale, con le punte:
    • Croce Provenzale, 2402 m
    • Monte Castello, 2452 m

Sullo spartiacque Maira-Varaita:

  • Monte san Bernardo – 1612 m
  • Monte santa Margherita – 1640 m
  • Monte Roccerè – 1829 m
  • Monte della Ciabra – 1824 m
  • Monte Cornet – 1939 m
  • Monte Birrone – 2131 m
  • Monte Longia – 2041 m
  • Monte Ciarm – 2052 m
  • Monte Rastcias – 2404 m
  • Cima Lubin – 2431 m
  • Monte Cugulet – 2494 m
  • Monte Nebin – 2510 m
  • Monte Cialmassa – 2393 m
  • Monte Morfreid – 2495
  • Monte Chersogno – 3.026 m
  • Pelvo d’Elva – 3.064 m
  • Monte Camoscere – 2984 m
  • Rocca la Marchisa – 3072 m
  • Cima Sebolet – 3023 m
  • Monte Reghetta – 2965 m
  • Monte Faraut – 3046 m
  • Monte Bellino – 2942 m
  • Monte Albrage – 2999 m
  • Monte Freide – 2967 m
  • Monte Maniglia – 3177 m

Sullo spartiacque Maira-Grana e Maira-Stura di Demonte:

  • Rocca Serviana – 1364 m
  • Monte Chialmo – 2021 m
  • Rocca Cernauda – 2284 m
  • Monte Tibert – 2647 m
  • Monte Pelvo – 2555 m
  • Monte Giordano – 2766
  • Monte Servagno – 2752 m
  • Rocca la Meja – 2831 m
  • Monte Oserot – 2861 m
 Il monte Oronaye visto dal Vallone Enchiausa in alta Valle Maira.
 

Valichi

Non possiede collegamenti agevoli con le valli confinanti e con la Francia. I principali passi carrozzabili sono:

  • in collegamento con la valle Varaita
    • Colletta di Rossana – 617 m
    • Colle della Liretta – 1.105 m
    • Colle di Valmala – 1.541 m
    • Colle Birrone – 1.700 m
    • Colle di Sampeyre – 2.284 m
  • in collegamento con la valle Grana
    • Colle d’Esischie – 2.370 m, che attraverso il vicino colle Fauniera conduce anche alla valle Stura di Demonte.

Vi sono poi alcuni valichi in passato percorsi da strade militari, ma oggi difficilmente percorribili con mezzi a motore. Tra di essi, particolarmente notevoli il Colle del Mulo (2.527 m), che attraverso il non lontanoCol di Valcavera (2416 m) conduce al Vallone dell’Arma che scende nella valle Stura di Demonte, ed i passi della Gardetta (2437 m) e del Preit (2083 m), che davano accesso all’altopiano della Gardetta e da qui alle valli limitrofe, nonché, verso la valle Varaita, la Colletta (2840 m), tra il vallone di Traversiera e l’alta valle di Bellino.

Verso la Valle dell’Ubaye (Francia) esistono solo valichi non carrozzabili, tra cui:

  • Colle del Maurin – 2.637 m (IGM) – 2.641 m (IGN)
  • Colle della Gippiera – 2.948 m
  • Col de Nubiera – 2.865 m

Geografia antropica

La valle si presenta integra nel suo splendore naturale; l’impatto del progresso e delle moderne tecnologie è stato molto limitato.

I comuni della valle appartengono alla Comunità montana Valle Maira. Questa comunità è un comprensorio montano formato dai comuni di Busca, Villar San Costanzo, Dronero, Roccabruna, Cartignano, San Damiano Macra, Macra, Celle di Macra, Stroppo, Elva, Canosio, Marmora, Prazzo, Acceglio.

 

Storia e cultura

Panorama del vallone di Stroppo e della piana

Ritrovamenti archeologici risalenti all’età del Bronzo, sono documentati sul monte RocceRé, dove attualmente la Soprintendenza Archeologica del Piemonte a rivolto il proprio interesse, con studi e approfondimenti che presto inizieranno il loro corso. Il sito del RocceRè è stato scoperto nel 1991 da Riccardo Baldi e certificato sulla carta archeologica del Piemonte nel 1993. Dell’epoca romana, sono stati trovati oggetti che implicano appunto che i Romani furono presenti in valle.

Il primo riferimento esplicito alla Valle Maira in un documento si trova nella carta di fondazione dell’Abbazia di Santa Maria di Caramagna, risalente al 1028. Da questo documento si evince che la valle era retta da un Marchese locale.

Nel 1209 la valle entra a far parte del Marchesato di Saluzzo, sotto il quale mantenne comunque sempre una certa autonomia. In particolare, l’alta valle faceva parte dell’Unione dei Comuni, una struttura politica parzialmente autonoma anche se sempre tributaria del Marchese di Saluzzo[2].

Quando nel 1548 il Marchesato passò sotto il controllo della Francia, la Valle Maira ne seguì le sorti. In questo periodo sorgono conflitti religiosi: la valle infatti è percorsa dal movimento calvinista, avversato dal regno di Francia, che tenta diverse repressioni. La necessità di porre termine all’eresia calvinista fu il pretesto con il quale, nel 1588, il Duca Carlo Emanuele I di Savoia invase e conquistò il territorio. Nonostante qualche tentativo di opposizione, da qui in avanti la valle rimase sotto il controllo della dinastia sabauda.

Nel XVII e XVIII secolo la valle fu interessata dalle vicende di diverse guerre, in particolar modo dalla guerra di successione spagnola e dalla guerra di successione austriaca, che videro i possedimenti dei Savoia in conflitto col Regno di Francia. Con il termine delle guerre, la valle ebbe una notevole ripresa demografica ed economica, che garantì un relativo benessere.

In seguito alle campagne napoleoniche, la Valle Maira fu temporaneamente assegnata al Dipartimento della Stura, ma dopo la Restaurazione del 1815 tornò sotto il controllo dei Savoia. Nel 1859, con l’istituzione della Provincia di Cuneo, entrò a far parte di quest’ultima.

A partire da fine ‘800, a causa delle condizioni economiche sfavorevoli, la valle conobbe in maniera sensibile il fenomeno dell’emigrazione, soprattutto verso la Francia, che portò ad un suo progressivo spopolamento nel corso del XX secolo. Attualmente, la situazione demografica è relativamente stabilizzata, con gli abitanti rimasti che vivono soprattutto di agricoltura, allevamento, artigianato e turismo[3].

La Valle Maira appartiene alle Vallate occitane italiane. Vi si parla correntemente la lingua occitana; in bassa valle, è diffuso anche il piemontese.

È, insieme alla vicina val Varaita, una delle principali zone piemontesi di diffusione della danza occitana.

 

Luoghi di interesse

Le numerose architetture e opere d’arte medievale conservate nella valle testimoniano il benessere economico e la vivacità culturale raggiunti in questi luoghi tra XII e XV secolo. Vanno ricordati: il santuario di San Costanzo al Monte (sculture di epoca longobarda e romanica) e la Parrocchiale dei SS. Pietro e Costanzo (cripta di XII secolo, affreschi quattrocenteschi di Pietro da Saluzzo) entrambi a Villar San Costanzo; la Parrocchiale di S. Maria Assunta a Elva (ciclo di affreschi di Hans Clemer di fine Quattrocento); la cappella di San Salvatore a Macra (affreschi tardoromanici e quattrocenteschi).

Di notevole interesse naturalistico e ambientale è la Riserva naturale speciale dei Ciciu del Villar, sempre a Villar San Costanzo.

Il territorio dell’alta valle (Cascate di Stroppia – Rocca Provenzale – Chiappera) è stato riconosciuto “zona di notevole interesse pubblico”.

 

Turismo

L’offerta turistica della valle è incentrata sulle sue ricchezze naturali. Notevoli sono le opportunità per la pratica di escursionismo ed alpinismo.

 

Escursionismo

Oltre alla rete sentieristica della Provincia di Cuneo, vi sono diversi sentieri e percorsi escursionistici curati da altri Enti. Tra di essi sono da notare[4]:

  • i Percorsi Occitani, un anello di tappe a copertura dell’intera Valle Maira, da Villar San Costanzo ad Acceglio. Tale percorso risponde ad una doppia finalità: da una parte offre agli appassionati diescursionismo a piedi, ma anche con MTB o cavallo, la possibilità di una salubre attività sportiva in un ambiente naturale alpino fra i più belli e meglio preservati del Piemonte, dall’altro l’opportunità di conoscere un territorio particolarmente ricco di cultura, arte, storia e tradizioni
  • il sentiero Roberto Cavallero, un percorso per escursionisti esperti in 5 tappe, che si sviluppa in alta valle
  • il sentiero Dino Icardi, percorso ad anello di un giorno che porta l’escursionista ai piedi del Brec de Chambeyron attraverso le zone più selvagge dell’alta valle

Anche alcuni Comuni hanno organizzato delle reti sentieristiche proprie. In Comune di Acceglio, notevole è il “Sentiero storico del Vallo Alpino”, che permette di raggiungere numerose opere del Vallo Alpino del Littorio realizzate nella zona del Vallone di Unerzio a partire dalla frazione Chialvetta[5]. Altra rete interessante è quella organizzata dal comune di Macra[6].

Per favorire l’escursionismo di alta quota e l’accesso alle montagne della valle, sono presenti alcuni rifugi e bivacchi:

  • Rifugio della Gardetta – 2.335 m
  • Rifugio Brec dal Vern – 1.390 m
  • Rifugio Campo Base – 1.640 m
  • Rifugio Stroppia – 2.259 m
  • Bivacco Barenghi – 2.815 m
  • Bivacco Enrico e Mario – 2.650 m
  • Bivacco Bonfante

Note

  1. ^Appendice di Gian Carlo Soldati in: Boggia, Piera & Boggia, Giorgio. 1989. Le Valli Maira e Grana, pagine 32-34 .
  2. ^Provincia di Cuneo – scheda della Valle Maira
  3. ^vallemaira.cn.it – storia della valle
  4. ^Comunità montana Valle Maira – escursionismo
  5. ^Sentiero storico del Vallo Alpino
  6. ^Sentieri in Comune di Macra

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Tecnica di memorizzazione dei loci

La tecnica dei loci (plurale del termine latino locus, che significa “luogo”), anche chiamata “palazzo della memoria“, è una tecnica mnemonica introdotta in antichi trattati di retorica greci e romani (Rhetorica ad Herennium, De oratore, e Institutio oratoria).

In questa tecnica mnemonica gli elementi da ricordare vengono associati a specifici luoghi fisici.[1] Per rammentare in un certo ordine vari contenuti si ricorre alla memorizzazione di relazioni spaziali. Il termine viene utilizzato principalmente in scritti specializzati di psicologia, neurobiologia e memoria, anche se tracce del suo uso generico possono essere rinvenute già in scritti di retorica, logica e filosofia risalenti alla prima metà del XIX secolo.[2]

Descrizione

La tecnica dei loci viene anche chiamata Journey Method (ovvero “metodo del viaggio”), in cui vengono immagazzinate liste di elementi, oppure tecnica della Roman Room (ovvero “della stanza romana”), che risulta più efficace per una memorizzazione di informazioni prive di relazione tra loro.[3] In pratica, si tratta di un metodo di miglioramento della memoria che utilizza la visualizzazione di elementi per ricordare e organizzare le informazioni. Svariati campioni di concorsi di memoria affermano di utilizzare questa tecnica per poter ricordare visi, numeri e liste di parole; il loro successo ha poco a che fare con la struttura del cervello o l’intelligenza, piuttosto il merito è da attribuire all’uso di parti del cervello che controllano l’apprendimento spaziale. Le regioni del cervello utilizzate includono il Lobo parietale, la corteccia retrospleniale e l’ippocampo posteriore destro.

« La tecnica dei loci, una tecnica immaginativa conosciuta dagli antichi Greci e Romani e descritta da Yates (1966) nel suo libro The Art of Memory e da Lurija (1969). Tramite questa tecnica il soggetto memorizza la struttura di un edificio, oppure la distribuzione di negozi in una via o una qualsiasi zona geografica composta da un numero di loci. Durante il tentativo di ricordare un numero di elementi il soggetto si fa strada tra i loci e associa ad ogni elemento un locus, creando un’immagine che mette in relazione l’elemento e una caratteristica precisa del corrispondente locus. Il recupero delle informazioni si ottiene “camminando” tra i loci e permettendo a questi ultimi di attivare gli elementi desiderati. »
(John O’Keefe e Lynn Nadel, The Hippocampus as a Cognitive Map)

Uso contemporaneo

Molti memorizzatori capaci utilizzano la tecnica dei loci. Le competizioni mnemoniche hanno avuto inizio nel 1991[4] e sono state introdotte negli USA nel 1997. Parte della competizione consiste nel memorizzare e ricordare sequenze di cifre, numeri a due cifre, lettere dell’alfabeto o carte da gioco. I contendenti utilizzano varie strategie prima della competizione e utilizzando la memoria a lungo termineassociano un’immagine vivida ad ogni elemento da ricordare. Inoltre creano una via precisa e familiare, da poter seguire, stabilendovi dei punti definiti detti loci. Successivamente l’unico compito da svolgere nella competizione sarà quello di recuperare l’immagine, associata all’elemento desiderato, da ogni locus. Per ricordare ciò che serve ripercorrono la via creata, si fermano nel locus interessato e osservano l’immagine che li condurrà all’elemento associatovi. I campioni di memorizzazione elaborano la tecnica in modo da combinare diverse immagini. Dominic O’Brien[5] vincitore per otto volte della World Memory Championship utilizza questa tecnica chiamandola The Journey Method (metodo del viaggio). Il tedesco Clemens Mayer, nel 2006 vincitore della sopracitata competizione, utilizzò un “viaggio” composto da 300 punti di riferimento collocati in casa sua, per realizzare il record del mondo nella “number half marathon”, riuscendo a memorizzare 1040 cifre casuali in mezz’ora. In un esperimento, utilizzando la tecnica dei loci, un soggetto è addirittura riuscito a memorizzare 65.536 cifre del Pi Greco.[6]

Utilizzando questa tecnica un individuo con capacità mnemoniche nella media, dopo aver creato una via, stabiliti dei punti di fermo e impresso le immagini di riferimento nella memoria a lungo termine, può riuscire a ricordare l’ordine delle carte di un mazzo mescolato in meno di mezz’ora di pratica. Il record del mondo in questa disciplina è di Simon Reinhard che ha memorizzato un intero mazzo di carte mescolato in 21.19 secondi.[7]

Questa tecnica viene insegnata come tecnica metacognitiva e solitamente viene utilizzata per codificare le idee chiave di un soggetto. I due approcci sono:

  1. Individuare le idee chiave di un soggetto e poi impararle ponendole in relazione tra loro;
  2. Pensare profondamente alle idee chiave di un soggetto e arrangiarle in relazione ad un argomento per poi ordinarle ed associarle a dei loci.

Il Rhetorica ad Herennium, e gran parte delle altre risorse riguardo alla tecnica dei loci, consigliano l’integrazione di un’elaborazione codificata, che comprenda immagini o suoni, per migliorare il processo di memorizzazione. Tuttavia, data l’efficacia della memoria spaziale, anche solo posizionare mentalmente degli elementi da ricordare in luoghi veri o immaginari, in vari casi funziona.

Una recente versione della tecnica ha integrato la creazione di luoghi immaginari (case, palazzi, strade) a cui viene applicato lo stesso metodo mnemonico, che funziona come la tecnica dei loci standard nonostante l’iniziale impegno maggiore richiesto nella realizzazione del luogo. Il vantaggio di questo metodo è quello di poter creare città che rappresentano vari argomenti o aree di studio, il che consente di poter organizzare le informazioni in modo ordinato e facilmente accessibile tramite un percorso, quest’ultimo inoltre porterà i ricordi verso l’immagazzinamento nella memoria a lungo termine.[8]

Un esempio della sopravvivenza della tecnica dei loci nella lingua italiana sono le espressioni “in primo luogo”, “in secondo luogo” e altre simili.

Applicabilità del termine

Il termine “tecnica dei loci” viene in certi casi utilizzato rispetto a ciò che è conosciuta come mnemotecnica le cui origini, secondo la tradizione risalgono alla storia di Simonide e del banchetto distrutto dal terremoto.[9] Simonide fu capace di ricordare i posti in cui erano seduti i commensali e poté in questo modo riconoscere i defunti. Secondo lo psicologo e neuroscienziato Steven M. Kosslyn questo racconto portò allo sviluppo della tecnica mnemonica che i Greci chiamarono “tecnica dei loci”[10] Secondo John Skoyles, neuroscienziato e Dorion Sagan, giornalista scientifico “si tratta di un’antica tecnica di memorizzazione chiamata “tecnica dei loci” in cui i ricordi vengono associati a luoghi mentali, la quale dal racconto di Simonide”[11] Linda Verlee Williams asserisce che “Una tecnica valida è quella detta “dei loci”, creata da Simonide, un poeta greco del V secolo a.C.”[12] La psicologa Elizabeth Loftus cita la storia di Simonide e descrive gli aspetti basilari dell’uso dello spazio nella mnemotecnica, inoltre commenta “Questo tipo di tecnica mnemonica viene ora chiamata tecnica dei loci”.[13] L’utilizzo di luoghi e posizioni fisiche era particolarmente presente nelle tecniche mnemoniche antiche, tuttavia il termine “tecnica dei loci” non venne utilizzato esclusivamente in riferimento a schemi di memorizzazione basati sull’organizzazione spaziale. Ad esempio, Aristotele parla di topoi (luoghi) in cui i ricordi vengono riuniti. Mentre ilRhetorica ad Herennium tratta l’uso di immagini oltre che di luoghi. Nelle risorse classiche e medievali le tecniche mnemoniche vengono chiamate “arte (o arti) della memoria” (ars memorativa or artes memorativae) invece che “tecnica dei loci”. Questa locuzione non viene utilizzata sempre nemmeno negli studi specializzati sull’argomento, ad esempio Mary Carruthers, professoressa esperta di tecniche mnemoniche chiama questa tecnica “architettura mnemonica”.

In altri casi l’uso del termine è più specifico: “La tecnica dei loci è uno strumento mnemonico che comprende la creazione di una mappa visiva della propria abitazione”[14]

Il nome della tecnica può risultare fuorviante in quanto gli antichi principi della mnemotecnica sopracitati si basano in modo equivalente sia su immagini che su luoghi. L’allenamento mnemonico nell’antichità era molto più comprensivo e specifico riguardo l’importanza degli elementi utilizzati.

Memoria spaziale e attivazione selettiva del cervello

I campioni di memorizzazione, il cui 90% utilizza la tecnica dei loci, si sono sottoposti a risonanze magnetiche al cervello, i test hanno dimostrato che durante l’utilizzo di questo metodo le regioni del cervello attive sono quelle che regolano la percezione spaziale; queste ultime includono il Lobo parietale, la corteccia retrospleniale e l’ippocampo posteriore destro.[15] Il Lobo parietale è responsabile della codifica e del recupero delle informazioni. Gli individui che riscontrano problemi clinici al Lobo parietale hanno difficoltà ad associare punti di riferimento fisici ai luoghi corrispondenti; inoltre molti di questi pazienti, ricevute indicazioni su un percorso non sono capaci di seguirle e finiscono con il perdersi. La corteccia retrospleniale è, invece, una zona collegata alla memoria di navigamento; durante lo studio di Pothuzien HH, sugli effetti di specifiche lesioni granulari della corteccia retrospleniale nei ratti, i ricercatori hanno riscontrato una relazione stabile tra le suddette lesioni e il peggioramento delle abilità di comprensione spaziale. I ratti malati, sotto esperimento, non riescono a ricordare in quale parte del labirinto sono già stati, non esplorano quasi mai parti nuove e spesso dimenticano il percorso durante gli esperimenti successivi; per queste ragioni impiegano molto più tempo per completare il percorso ed uscire dal labirinto rispetto ai ratti con una corteccia retrospleniale sana.

In uno studio classico di neuroscienza cognitiva O’Keefe e Nadel sostengono la seguente tesi “L’Ippocampo è il centro del sistema della memoria neuronale e fornisce un quadro oggettivo in cui gli elementi e gli eventi, facenti parte dell’esperienza di un organismo, sono localizzati e correlati tra loro.”[16] Questa teoria è fonte di grandi dibattiti infatti è stato fatto presente tramite esperimenti che “ L’Ippocampo convalida la nostra capacità di navigazione, la creazione e il recupero dei ricordi e l’abilità di immaginare esperienze future. Il modo in cui si svolgano tali attività tra milioni di neuroni ippocampali è tuttora un’incognita notevole della Neuroscienza, inoltre è aperto il dibattito su dimensioni e organizzazione dei neuroni ippocampali.”:[17]

“Tramite tecniche di diagnostica per immagini di tipo neuropsicologico, strutturale e funzionale abbiamo scoperto che la cosiddetta “super memoria” non è dovuta ad eccezionali capacità intellettuali o differenze nella conformazione del cervello. È stato piuttosto accertato che i memorizzatori più capaci utilizzano un metodo di apprendimento spaziale (“la tecnica dei loci”; Yates, 1966) nel quale le parti attive del cervello sono infatti quelle responsabili della memoria spaziale, tra queste vi è l’Ippocampo.”[18]

La “tecnica dei loci”, descritta per la prima volta da Simonide è esplicitamente spaziale. In questo tipo di tecnica i soggetti migliorano le proprie capacità mnemoniche mettendo gli elementi da ricordare in un luogo. Il recupero viene effettuato semplicemente dirigendosi nel posto mentale corrispondente all’elemento desiderato […] Gli eventi che si manifestano in contesti differenti vengono ricordati solo in quei contesti e nonostante possano essere molto simili vengono raramente confusi tra loro. Le mappe mentali di casa nostra, del nostro quartiere o città che conserviamo sono esempi del tipo di contesto spaziale in cui gli eventi avvengono e in cui possono venire codificati e successivamente ricordati. Studi effettuati da Smith, Glenberg, e Bjork (1978) e da Bellezza e Reddy (1978) indicano che il potere della “tecnica dei loci” è il trarre vantaggio dallo stato delle cose attuale.[19]

Cultura di massa

Letteratura

  • Nel libro del 1981 Little, Big di John Crowley, il personaggio Ariel Hawksquill utilizza questa tecnica.
  • Nel libro Hannibal (1999), terzo capitolo della saga dello scrittore Thomas Harris, la tecnica dei loci viene impiegata dal personaggio di fantasia Hannibal Lecter. In svariati paragrafi del libro vi sono descrizioni del Dr. Lecter che si appresta ad attraversare un complesso Palazzo della memoria per poter recuperare dei ricordi.[20]
  • Nel libro L’esercito dei mercenari di Matthew Reilly, il protagonista Shane Schofield utilizza la tecnica per preservare i buoni ricordi e proteggersi da abusi psicologici.
  • Nel libro Wolf Hall di Hilary Mantel il protagonista Thomas Cromwell utilizza questa tecnica.
  • È inoltre l’argomento principale del libro Moonwalking with Einstein: The Art and Science of Remembering Everything di Joshua Foer

Televisione

  • Nell’episodio “I mastini di Baskerville” della serie tv Sherlock, Sherlock Holmes utilizza il suo palazzo della mente per recuperare ricordi utili alla risoluzione del caso. Nella medesima serie, la tecnica viene nuovamente citata nel primo episodio della terza stagione, “La casa vuota”; Sherlock Holmes utilizza il palazzo mentale anche nelle puntate successive della stessa serie, e la tecnica assume particolare rilievo nell’episodio “L’ultimo giuramento”.
  • Nell’episodio “The Long Fuse” della serie tv Elementary, Sherlock Holmes utilizza la tecnica per ricordare una frase.
  • Il Palazzo della memoria viene inoltre utilizzato in molti episodi della serie tv The Mentalist dal protagonista Patrick Jane per aiutare testimoni e colleghi.

Note

  1. ^ Neil R. Carlson, Psychology the science of behaviour, Pearson Canada Inc., 2010, p. 245, ISBN 9780205645244.
  2. ^ e.g. In una discussion della memoria topica Alexander Jamieson afferma che delle “linee memoriali”, o versi, si rivelano più utili della tecnica dei loci.; A Grammar of Logic and Intellectual Philosophy, A. H. Maltby, 1835, p112
  3. ^ Academictips.org – Memory Techniques, Memorization Tips – The Roman Room Technique
  4. ^ Foer, Joshua. “Forget Me Not: How to win the U.S. memory championship,” Slate (March 16, 2005).
  5. ^ https://www.fazland.com/articoli/rassegne-stampa/memory-world-championship-1997 Memory World Championship 1997
  6. ^ Raz A, Packard MG, Alexander GM, Buhle JT, Zhu H, Yu S, Peterson BS. (2009). “A slice of pi: An exploratory neuroimaging study of digit encoding and retrieval in a superior memorist.”Neurocase. 6:1-12. DOI: 10.1080/13554790902776896 PMID 19585350
  7. ^ Awesome Memory: German Speed Cards Record on Vimeo
  8. ^ Bremer, Rod. The Manual – A guide to the Ultimate Study Method (USM) (Amazon Digital Services).
  9. ^ Frances Yates, The Art of Memory, University of Chicago, 1966, p1-2
  10. ^ Steven M. Kosslyn, “Imagery in Learning” in: Michael S. Gazzaniga (Ed.), Perspectives in Memory Research, MIT Press, 1988, p245; è importante fare presente che Kosslyn non riporta alcun esempio dell’utilizzo del termine nei periodi greco e romano.
  11. ^ John Robert Skoyles, Dorion Sagan, Up From Dragons: The Evolution of Human Intelligence, McGraw-Hill, 2002, p150
  12. ^ Linda Verlee Williams, Teaching For The Two-Sided Mind: A Guide to Right Brain/Left Brain Education, Simon & Schuster, 1986, p110
  13. ^ Elizabeth F. Loftus, Human Memory: The Processing of Information, Lawrence Erlbaum Associates, 1976, p65
  14. ^ Sharon A. Gutman, Quick Reference Neuroscience For Rehabilitation Professionals, SLACK Incorporated, 2001, p216
  15. ^ Routes to remembering: the brains behind superior memory Maguire, E. et al Nature Neuroscience vol 6 95 (2003)
  16. ^ John O’Keefe e Lynn Nadel, The Hippocampus as a Cognitive Map, Oxford University Press, 1978, p1
  17. ^ Hassabis et al., Decoding Neuronal Ensembles in the Human Hippocampus, Current Biology (2009)
  18. ^ R. Parasuraman, Matthew Rizzo, Neuroergonomics, Oxford University Press, 2007, p139
  19. ^ Donald Olding Hebb, Peter W. Jusczyk, Raymond M. Klein, The Nature of Thought, Lawrence Erlbaum Associates, 1980, p217-218
  20. ^ Thomas Harris, Hannibal, Delacorte Press, 1999, ISBN 0-385-29929-X.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Home – Storia di un viaggio

Mi sono commosso guardando questo film documentario sulla nostra terra.

Home (film 2009)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Home è un documentario su ambiente e cambiamento climatico di Yann Arthus-Bertrand, prodotto da Luc Besson, diffuso contemporaneamente il 5 giugno2009 nelle sale cinematografiche di 50 paesi, in concomitanza con la giornata mondiale dell’ambiente. Concepito come un reportage di viaggio, è realizzato quasi interamente con immagini aeree.

Il film è stato prodotto in due versioni: una più breve (90 min) per televisione, DVD e Internet, e una più lunga (120 minuti) per il cinema.

Home – Storia di un viaggio 1

Home – Storia di un viaggio 2

Trama

Home denuncia lo stato attuale della Terra, il suo clima e le ripercussioni a lungo termine sul suo futuro. Un tema che viene continuamente espresso lungo tutto il documentario è quello del delicato e fondamentale collegamento che esiste tra tutti gli organismi che vi fanno parte.

Il documentario inizia con le riprese di grandi paesaggi vulcanici spiegando la connessione che esiste tra le alghe monocellulari e la nascita della vita sul nostro pianeta.

Successivamente, il documentario approfondisce tematiche riguardanti le attività dell’uomo e sui nefasti effetti che queste stesse attività producono sull’ecosistema. Partendo dalla rivoluzione agricola e il suo impatto sulla natura, vengono affrontate le questioni riguardanti il petrolio, l’industrializzazione, le città e le disuguaglianze sociali, che non sono mai state così grandi quanto nel nostro tempo. L’attuale situazione degli allevamenti di bovini, la deforestazione in Amazzonia e in altre parti del mondo, la carenza di prodotti alimentari e di acqua pulita, l’eccessiva estrazione di materie prime e la sempre maggiore richiesta di energia elettrica sono alcuni dei temi trattati. Città come New York, Las Vegas, Los Angeles, Mumbai, Tokyo e Dubai sono mostrate come esempio di pessima gestione con i loro ingenti sprechi di energia, acqua e cibo. Lo scioglimento dei ghiacciai e l’essiccamento delle paludi e dei grandi fiumi vengono mostrati attraverso le riprese aeree effettuate in Antartide, al Polo Nord e in Africa, denunciando l’aumento della emigrazione di massa e dei rifugiati nel caso in cui non vengano subito prese le adeguate contromisure.

A questo punto del documentario viene posta l’attenzione sul riscaldamento globale e il buco dell’ozono. Home ci spiega come lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello del mare e il cambiamento meteorologico non hanno solo a che fare con il terzo mondo ma che, continuando di questo passo, molto presto interesseranno anche le regioni più sviluppate. Per circa tre minuti del film vengono forniti i dati sulla situazione attuale che vengono visualizzati mediante grandi scritte bianche su sfondo nero.

La conclusione del film cerca di essere al tempo stesso positiva e propositiva. Il documentario, dopo aver mostrato le terribili conseguenze di alcune attività umane sul nostro pianeta e sul suo ecosistema, fornisce indicazioni riguardo alle energie rinnovabili, la creazione di parchi nazionali, la cooperazione internazionale tra le varie nazioni in merito alle questioni ambientali come risposta agli attuali problemi che affliggono la terra.

Produzione

Home è stato girato in varie fasi a causa della vastità delle aree riprese. Ci sono voluti oltre diciotto mesi di tempo per completarlo. Il regista, Yann Arthus-Bertrand, un cameraman, un ingegnere di macchina e un pilota hanno volato su di un piccolo elicottero attraverso varie regioni in oltre cinquanta paesi. Le riprese sono state effettuate in alta definizione Cineflex con le telecamere sospese a un giroscopio stabilizzato da una sfera fissata su una rotaia posta sulla dell’elicottero stesso. Queste telecamere, originariamente progettate per scopi bellici, sono automaticamente in grado di ridurre le vibrazioni contribuendo in questo modo a catturare immagini molto stabili e pulite tanto da far sembrare che le riprese siano state effettuate con metodi tradizionali quali le gru o i carrelli. Dopo praticamente ogni volo, le registrazioni venivano immediatamente controllate assicurandosi in questo modo che fossero di altissima qualità.[1] Quando tutte le riprese sono state completate, Besson e il suo staff hanno impiegato oltre 488 ore per editarlo e montarlo.[2]

Distribuzione

Per promuovere il documentario, sono stati creati quattro canali ufficiali su YouTube, homeproject in lingua inglese che contiene anche le versioni in russo, arabo e italiano, homeprojectfr in lingua francese,homeprojectes per la versione in spagnolo e homeprojectde per la versione in tedesco. Inizialmente sono state caricate brevi clip che mostravano alcuni spezzoni delle riprese effettuate in tutto il mondo.

Il 9 marzo 2009, una conferenza stampa si è tenuta a Parigi, in Francia, dove Yann Arthus-Bertrand e vari produttori hanno spiegato ai media le questioni sollevate nel film, e che Home sarebbe stato il primo film a essere distribuito contemporaneamente nei teatri, in televisione, su DVD e su Internet in tutti e cinque i continenti.[3]

Il 5 maggio 2009, una seconda conferenza stampa si è svolta sempre a Parigi, dove gli stessi membri dello staff hanno annunciato che la data di uscita del film sarebbe stata il 5 giugno 2009 in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Ambiente. In questa stessa occasione, hanno anche annunciato che Home sarebbe stato totalmente gratuito proprio per dare la possibilità a tutti di vederlo. Il regista ha tenuto a precisare che “i vantaggi di questo film non dovevano essere conteggiati in denaro, ma in ascolti”. Durante la conferenza stampa è stato anche rivelato che PPR aveva l’intenzione di sponsorizzare il film, al fine di rendere sostenibili gli alti costi, tanto di realizzazione e produzione quanto di distribuzione.[1]

Il film, che è attualmente disponibile gratuitamente fino al 14 giugno su YouTube, è stato tradotto in 14 lingue. L’edizione in DVD, in formato Blu-ray, è stata prodotta dalla 20th Century Fox e contiene le versioni in inglese e in francese. È stato stimato che saranno vendute più di 100 mila copie del DVD. Quando i costi di produzione saranno stati completamente coperti, tutti gli ulteriori proventi verranno devoluti alla Good Planet Company.[4]

Accoglienza

Il film, sin dal primo giorno di pubblicazione, ha ricevuto una eccellente accoglienza ed è stato visualizzato oltre 400 mila volte, combinando le varie versioni realizzate nelle differenti lingue, nelle sole prime ventiquattro ore dalla sua pubblicazione su YouTube. Nello stesso giorno è stato inoltre trasmesso su moltissimi canali televisivi e teatri di tutto il mondo. Al suo debutto sulla emittente televisiva franceseFrance 2 è stato visto da oltre 8,3 milioni di spettatori. In India è stato trasmesso attraverso la emittente via cavo STAR World.[5]

Note

  1. ^ a b  Home – Press Conference May 5th 2009, youtube.com. URL consultato il 24 ottobre 2015.
  2. ^ AFP: Worldwide release of ‘greatest green event ever’, entertainment.malaysia.msn.com. URL consultato il 7 aprile 2014.
  3. ^  Home – Press conference March 9th 2009, youtube.com. URL consultato il 24 ottobre 2015.
  4. ^ Home Documentary Gets Wide Release Today, blu-ray.com, 5 giugno 2009. URL consultato il 7 aprile 2014.
  5. ^ Don’t miss your date with the planet, entertainment.oneindia.in, 3 giugno 2009. URL consultato il 7 aprile 2014.

Collegamenti esterni

  • (EN) Sito ufficiale, home-2009.com.
  • (DEFRENES) La pagina di YouTube.
  • (EN) Home, su Internet Movie Database, IMDb.com.
 

La cravatta

L’accessori maschile preferito dagli uomini e dalle donne. La cravatta per molti uomini è una passione alla quale non riescono a resistere. E’ diventata nel tempo l’accessorio maschile per eccellenza, simbolo di raffinatezza ed eleganza. Ogni uomo che si rispetti la indossa con fierezza, proprio come ogni donna indossa un paio di scarpe. La cravatta non ha mai subito cambiamenti, rimanendo sempre un classico e ciò che ne contraddistingue una rispetto all’altra sono solo le diverse fantasie. Ma non è solo l’uomo a volerla indossare, in quanto la moda continua ad andare verso un percorso unisex.
Adesso la cravatta viene infatti proposta da Gucci come accessorio femminile già nella collezione primavera\estate 2016, così che possa donare a tutte le donne l’eleganza maschile.
A Hollywood la cravatta è l’accessorio più amato dalle star.
Infatti si dà il caso che attori come Leonardo Di Caprio, Bradley Cooper, George Clooney ma anche il più sportivo David Beckham non riescano proprio a farne a meno, sfoggiandone sempre una nuova ad ogni red carpet. È anche l’accessorio preferito di tutti gli uomini in carriera, nessuno di questi infatti si reca in ufficio senza averla annodata al collo alla perfezione. La cravatta nasce nel 1618 durante la Guerra dei Trent’anni.
La portano i croati, come piccoli foulard annodati al collo, e i parigini la copiano. Alla fine degli anni Novanta, due ricercatori, Thomas Fink e Yong Mao dell’Università di Cambridge, dimostrano attraverso modelli matematici che una cravatta convenzionale ha esattamente 85 nodi possibili. Non solo. Per i veri amanti c’è persino una giornata dedicata a questo accessorio, la Giornata Internazionale della Cravatta che si festeggia il 18 ottobre.

Posizionamento SEO o Google Ads

Posizionamento SEO (organico) o Google Ads, quale scegliere?


Quale è la differenza tra SEO e Google Ads. Quando e meglio il posizionamento organico e quando la pubblicità su Google o Pay-per-Click?


Cosa è il posizionamento organico e i risultati organici?

I risultati organici sono i risultati di ricerca non a pagamento. E’ il risultato con maggiore risposta nella lista di ricerca online. I motori di ricerca come Google o Bing usano algoritmi in grado di valutare innumerevoli fattori prima di rispondere ad una ricerca online o query.


Posizionamento organico

Il posizionamento organico non è alla portata di tutti. L’ottimizzazione di un sito web, richiede necessariamente l’intervento di un professionista, un consulente o una web agency.
I punto di forza del posizionamento SEO sono risultati duraturi, la visibilità ottenuta è continua nel lungo periodo. Questo non significa che si manterrà per sempre, tra aggiornamenti dei motori di ricerca e il lavoro di altri  competitor, il lavoro sul posizionamento organico non va mai interrotto.
Se si fa un buon lavoro di ottimizzazione SEO, le visite saranno quelle in target con i tuoi prodotti o servizi, il traffico sarà continuo e durevole.
I risultati (e il ROI) si vedono sul medio/lungo periodo, ma sono molto affidabili e sicuri.
Il posizionamento organico non è sempre fattibile e in alcuni casi può risultare troppo costoso e con tempistiche molto lunghe. Un esperto prima di affrontare il lavoro del SEO deve fare una serie di valutazioni e di attività che richiedono del tempo, si può incorrere in penalizzazioni SEO e dei motori di ricerca con rischio di penalizzazione sui risultati di ricerca.


Pay-Per-Click (Campagne PPC)

Gli annunci Pay-Per-Click (PPC) sono campagne Google a pagamento visibili nei risultati dei motori ricerca. Google Ads è lo strumento più utilizzato, Bing Ads negli ultimi tempi ha incrementato sistema di promozione online.
Entrambi i servizi a fronte di un pagamento ti permettono di arrivare velocemente in vetta ai risultati di ricerca, ma ovviamente ci sono parole chiave molto più ricercate di altre e quindi con costi decisamente più elevati, questi annunci Pay-Per-Click non alla portata di tutti.
Gli annunci ti permettono di ottieni risultati immediati scegliendo liberamente come spendere il tuo budget.
Gli annunci PPC non danno un risultato certo per via della concorrenza, se si sceglie un budget troppo basso, si rischia di non comparire tra i primi annunci, la visibilità e quindi legata al budget, finito il budget finisce la visibilità.
Un’altro fattore da tenere in considerazione è che raggiunto il budget giornaliero, gli annunci non saranno più visualizzati fino al giorno successivo, penalizzante se si decide di lavorare su mercati altamente competitivi.


SEO e Campagne Pay-Per-Click, una non esclude l’altra.

Un buon piano marketing prende in esame più strumenti per ottenere i risultati sul web. Il SEO o posizionamento organico e le campagne PPC si possono utilizzare insieme per rendere contemporaneamente più veloce e durevole il posizionamento sui motori di ricerca.