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La pittura ad acquerello

L’acquerello si basa, come dice la parola, su colori da diluirsi in acqua per dipingere su carta. E’ un genere di pittura relativamente moderno che si può far derivare dall’acquatinta (il”lavis” dei francesi). Il “lavis” è un’arte minore che nacque come semplice coloritura a mano dei disegni a china e delle stampe : ma e pre noi importante conoscerlo, in quanto ci servirà come base di partenza, tra poco per introdurci alla tecnica dell’acquerello. La caratteristica di questa tecnica deriva dalla trasparenza assoluta di tutti i colori adoperati, e conseguentemente dal fatto che il bianco iniziale della carta continuerà a brillare, più o meno, attraverso tutti gli strati di colore. La massima luce sarà sempre data dal bianco, lasciato intatto fin dal principio; ed e per questo che il bianco come “colore” – diversamente da ciò che avviene, ad esempio, nella pittura ad olio – nell’acquerello non deve esistere. Mentre la forza è intensità maggiori, come la maggior densità di ombre, saranno raggiunte come sovrapposizioni successive di colore.


Si dice che l’acquerello non può gareggiare con gli effetti di corposità e potenza di altre tecniche; ma è fuor di dubbio che niente può paragonarsi al risultato di freschezza, vivacità e luminosità armonica di un acquerello ben condotto. Si dice anche – è un’opinione diffusa – che l’acquerello è assai difficile da imparare, più difficile – persino della pittura ad olio … Ma questo non è affatto vero.

Nella pittura, non esistono tecniche facili e tecniche difficili; e poiché l’uomo è provvisto di mani e d’intelletto, l’acquisire e dominare una tecnica è solo un problema di buona volontà e tempo. L’acquerello non fa assolutamente eccezione.


Bisogna incominciare, decidersi a incominciare. Bisogna armarsi di buona volontà, non aver paura di sbagliare, non illudersi di diventare in tre giorni dei maestri. Ciò che serve di più è la costanza. E quando sarete tentati nel confronto dei vostri risultati con quello di esempi propositivi sui libri o in internet, dallo scoraggiamento, fate questa semplice riflessione: dietro i più bei quadri riprodotti e così immediati e disinvolti all’apparenza, c’è una studio e un lavoro di anni!

Collana Leonardo

Grandi protagonisti

Foto sulla copertina del trentennale del mitico programma televisivo degli anni ottanta su TALIA 1 “DRIVE IN”.


Da sinistra: Enrico Beruschi, Lory Del Santo, Ezio Gregio, Wilmer Zuliani (Coordinatore del CAFS) nell’imitazione dell’Onorevole Giulio Andreotti

Il carro – teatro di Tespi

Siamo in Grecia, nel VI secolo avanti Cristo. E’ il mese di Elafebolione – che corrisponde all’incirca ai nostri marzo e aprile – e la natura è in pieno rigoglio. Il mare è calmo, ed invita i naviganti ad affrontare il viaggio ad affrontare per recarsi ad Atene, dove si svolgono le grandi feste in onore di Dionisio.


La città è piena di gente, processioni e spettacoli si succedono senza tregua, satiri e baccanti cantano in “coro” gli inni in onore del nume.


Le feste durano più giorni ed hanno un cerimoniale molto complesso che si riallaccia ad altre feste, ancora più antiche, effettuate in occasione di nascite, nozze o avvenimenti importanti, come la guerra e la pace, con un rituale in cui gli storici ravvisano già le prime forme di teatro. Ma la tradizione lega al nome di Tespi la prima rappresentazione teatrale e, quindi, la nascita del teatro. Ma chi era Tespi? Di lui non sappiamo molto, perché la storia della sua vita si perde nella notte dei temi, ed è spesso sopraffatta dalla leggenda, ma ce lo immaginiamo come un giovane aitante, pieno di entusiasmo e di passione, capace di avere idee innovatrici, molto importanti per l’affermazione del teatro. Correva l’anno 534 a.C. e Pisistrato, per le grandi feste dionisiache di quell’anno, organizzò un concorso destinato alla tragedia, a cui partecipò Tespi.


Il nostro eroe, che era ad un tempo autore ed attore, ebbe la felice intuizione di presentarsi con un lavoro in cui l’attore, e quindi Tespi stesso, dialoga con il coro, cioè con un gruppo di attori, chiamati “coreuti”, che rispondevano all’unisono. Era nato il teatro. Dotato anche di intraprendenza, e di una forte attrattiva per l’avventura, Tespi pensò di portare il suo spettacolo in giro per la Grecia, e allestì un carro che gli serviva per trasferirsi da un paese all’altro e la tempo stesso come palcoscenico. E’ il primo esempio di teatro viaggiante, o ambulante, a cuo è stato dato il nome di “carro di Tespi”.


Ma dobbiamo ricordare Tespi anche per altre importanti innovazioni, che riguardano il trucco degli attori e soprattutto l’impiego della maschera. I seguaci di Dioniso, che era una delle divinità più importanti della Grecia antica, avevano l’abitudine di mascherarsi, coprendosi la testa con delle foglie e tingendosi il viso di nero o di rosso con la fuliggine o il mosto. Tespi trasferì questa usanza sulle scene, aggiunse ai due colori anche il bianco (e per questo adoperò la biacca), e confezionò poi vere e proprie maschere di tela. In seguito le maschere furono eseguite  anche con sughero e legno, materiali più resistenti che restarono in uso per tutta l’antichità. Tespi introdusse quindi nel teatro anche il suggestivo elemento della finzione, cioè della deformazione della realtà.


L’esempio di Tespi fu poi seguito da altri autori, tra cui Cherilo e Frinico d’Atene. Cherilo visse ad Atene dalla metà del VI secolo a.C. ai primi decenni del V secolo. Scrisse circa 160 drammi e conquistò vari premi, ma delle sue opere sono giunti sino a noi solo brevi frammenti.


A Frinico, poeta tragico dello stesso periodo, nato ad Atene e morto probabilmente in Sicilia, è attribuita l’introduzione dei ruoli femminili, sostenuti pero da uomini, come era l’usanza del tempo; inoltre perfeziono il dialogo e, con diversi accorgimenti, abbellì le rappresentazioni teatrali.


E di Frinico si ricorda anche la dolcezza della musica che usò abbondantemente nelle tragedie. Fin da quei tempi lontani, infatti, la musica era parte integrante degli spettacoli. I greci, come già gli egizi e i sumeri, non amavano i grandi complessi orchestrali, ma si servivano di pochi strumenti a corda e a fiato, cetra e lira particolarmente, a cui raramente aggiungevano quelli a percussione. Grande rilievo era dato alla parte vocale.


Il fascino del leggendario carro di Tespi non è svanito col tempo,e nel nostro secolo questa denominazione è stata usata per particolari spettacoli – teatrali o musicali – effettuati con un teatro mobile, cioè smontabile, di grandi dimensioni, dotato di palcoscenico girevole e di ogni alro accorgimento tecnico, e con duemila posti a sedere.

Il disegno con la penna a sfera

I disegni in bianco e nero a penna a sfera.  L’uso di questo tipo di penna, detta “biro” dal nome del suo inventore ungherese, resenta delle analogie con l’impiego dell’inchiostro di china.

La biro, strumento spesso trascurato dai disegnatori, offre interessanti possibilità di utilizzo: si possono infatti ottenere sia un “effetto a penna” chiaro e deciso, come con il pennino, se pur con meno brillantezza rispetto a quest’ultimo, sia la morbidezza della matita.

Per queste sue caratteristiche la penna a sfera si presta sia alla realizzazione di soggetti che richiedono molto tratteggio.

Un consiglio utile per chi si accinge a usare questo strumento: è preferibile avere sottomano almeno due o tre penne da alternare tra di loro, poiché il colore della mano, alla lunga, fluidifica l’inchiostro che può alterare lo spessore del segno fino a creare delle macchie.

Quanto al procedimento è consigliabile fare prima un abbozzo a matita senza curarsi troppo dei particolari, usando poi la biro con leggerezza e a stacchi frequenti; l’effetto finale sarà raggiunto con un tratto, lungo o corto che sia, rapido e incisivo.

Questo modo di procedere e facilitato dai soggetti che presentiamo, nei disegni, se sono alberi, lasciano alla mano una certa libertà. 

Sotto la tenda del circo

E oggi, tutti al circo! Si accendono le luci sulla pista, un’orchestra al completo e pronta sull’apposito palco per accompagnare fin dall’inizio lo spettacolo; il direttore, nel suo tradizionale abito, dà il via alla parata, una specie di sfilata in costume di tutti gli artisti che prenderanno parte alla rappresentazione e di un gruppo di animali (quelli docili, gli altri sono ancora nelle gabbie, e usciranno al momento opportuno).

Già gli spettatori, grandi e piccoli, avvertono il fascino di questo mondo tutto speciale, di uno spettacolo che esalta la forza e il coraggio e anche la fratellanza, e che come pochi altri sa darci tante profonde emozioni.

Sarà ancora il direttore del circo, ad annunciare, di volta in volta, i vari “numeri” che compongono la serata, che si svolgerà in un atmosferica di suoni, di luci e di colori.

Ecco gli equilibristi, nei loro spericolati esercizi; i giocolieri, che maneggiano con estrema disinvoltura decine di palle e bastoni colorati in movimento; la danzatrice-contorsionista, che ci ricorda, col suo difficile esercizio, le sinuose movenze del serpente; i formidabili trapezisti, che come angeli volano da un lato all’altro della pista; i simpaticissimi clown, nei loro sgargianti costumi, ci daranno una pausa di puro divertimento; ed ancora i numeri di brivido con la motocicletta che sembra librarsi nell’aria, come fosse un oggetto senza peso; ed in fine tutti i numeri con gli animali, compreso quello che porta sulla pista una decina di enormi elefanti!

Al successo del circo contribuisce la partecipazione spesso spettacolare degli animali.

Cavalli addestrati, capaci di eleganti evoluzioni o di perfetti passi di danza; cani, uccelli, orsi, foche, alle prese con tanti esercizi divertenti, animali feroci in numeri sensazionali, eseguiti entro speciali gabbie. 

Gli ammaestratori, che si occupano degli animali docili, e i domatori, che hanno invece il compito di preparare le belve, sono capaci di ottenere risultati sorprendenti, perché questi artisti oltre alla loro bravura e al loro impegno professionale mettono al servizio del circo due doti importantissime per raggiungere una perfetta intesa tra uomo e animale: una sensibilità particolare e una grande pazienza.
Al circo, anche stasera, tante risate e tanti applausi premieranno la fatica di questi straordinari artisti.

La chitarra

La chitarra è uno strumento musicale cordofono a pizzico, che può essere suonato con i polpastrelli, con le unghie o con un plettro.

La chitarra moderna ha origine dalla chitarra barocca che a sua volta deriva dallo strumento medievale a cinque corde chiamato quinterna (dal latino “quinque” = cinque e dal persiano “tar” = corda).

Le prime chitarre medievali avevano quattro corde come pure il liuto: I primi liuti arabi erano montati con sole 4 corde di fili di seta da qui la parola “Chahar” quattro e “Tar” corde da cui la parola araba Qîtâra dalla quale derivano anche le parole: kithára, la quinterna guiterne Gittern, citola e chitarra in Italia.

Lo strumento più antico ritrovato simile ad una chitarra ha 3500 anni ed è stato scoperto nella tomba egizia di Har-Mose Sen-Mut[1]. A sua volta le radici vanno trovate nelsetar persiano (Iran) e nella la citara.

Dalla seconda metà del XVII secolo fino alla metà del XIX secolo, con i progetti e le innovazioni apportate in Spagna da Antonio de Torres, si ha la nascita del prototipo della chitarra classica moderna[2]

La conseguente diminuzione della sonorità, data dal fatto che si passa a sei corde semplici dalle dieci (cioè 5 corde doppie chiamate cori) o dodici corde (6 corde doppie) in uso sulla chitarra barocca, fu compensata dall’allargamento della cassa e dall’apertura completa della buca in mezzo alla tavola armonica[3]

La chitarra a sei corde sostituì la chitarra barocca perché più facile da maneggiare e suonare e con una struttura più robusta. Questo passaggio dalla chitarra barocca a quella moderna può essere paragonato alla sostituzione della viola da gamba con il violoncello[4]


Le prime chitarre a sei corde

Alla fine del XVIII secolo i liutai napoletani furono i primi a produrre chitarre a sei corde: erano di dimensioni piuttosto ridotte, costruite in acero o legni da frutto. La chitarra napoletana più antica che conosciamo è del 1764 di Antonio Vinaccia. Lo strumento è interessante perché presenta quasi tutte le caratteristiche della chitarra moderna.[Nota 1]

« Nell’Ottocento, l’arte della liuteria chitarristica aveva raggiunto, in Italia, un altissimo grado di raffinatezza: i Fabricatore[Nota 2] avevano autorevolmente guidato a Napoli la transizione tra gli strumenti settecenteschi e quelli nuovi, a sei corde semplici, e i Guadagnini avevano acquisito, con la loro dinastia, in quel di Torino, un meritato prestigio[5] »
(Angelo Gilardino)

Subito dopo anche in Spagna la chitarra a 6 corde cominciò ad affermarsi soprattutto a Malaga e Siviglia.[Nota 3] Anche in Francia, verso il 1820, fiorisce questa caratteristica grazie al liutaio Renѐ François Lacôte molto apprezzato da famosi chitarristi del suo tempo: Fernando Sor e Ferdinando Carulli. A Cremona, Carlo Bergonzi, attivo dal 1780-1820, costruisce alcune interessanti chitarre a 6 corde.[6][Nota 4]

Ritratto di Antonio de Torres


L’innovazione di Antonio de Torres Jurado

I primi strumenti costruiti da Antonio de Torres arrivati a noi sono del 1854 e hanno già tutte le caratteristiche della chitarra classica moderna.
De Torres fu il primo a concentrare la propria attenzione sulla tavola armonica, aumentandone la superficie e disponendo il ponticello nel punto di massima larghezza. Dispose tre catene trasversali, due sopra e una sotto la buca; nella parte sotto il ponte si trovano sette raggi simmetrici disposti a ventaglio. Nel 1862 costruì una chitarra con fasce e fondo di cartone per dimostrare le sue tesi sull’importanza della tavola armonica e dall’incatenatura. Torres fissò le misure moderne del manico e della tastiera e la forma del ponte[7]


Christian Frederik Martin e la Chitarra Folk

 Una chitarra Martin in stile Staufer(c.1838), New York

Christian Frederik Martin, liutaio tedesco, dopo aver imparato l’arte della liuteria presso la bottega della grande famiglia di liutai Staufer a Vienna, nel 1833 si trasferì a New York da Mark Neukirchen e affitta un negozio (precisamente a Hudson Street 196) per la sua attività di rivenditore, grossista e importatore di strumenti[8] Qui si dedica alla riparazione di vari strumenti in legno e alla creazione di sue chitarre acustiche, strutturate secondo il modello Legnani di Staufer e con corde di budello[9]

Nel 1920 la liuteria Martin (con la nuova aziende a Nazareth, Pennsylvania nel 1838) cominciò a costruire chitarre con corde in acciaio, grazie alla forte richiesta dei musicisti Country. Questo aumento di tensione, dato dalle corde in acciaio, portò forti adeguamenti alla struttura della cassa, adattando la speciale incatenatura della tavola ad “X” (già sviluppata verso il 1850). Questa incatenatura è ancora utilizzata nella maggior parte delle chitarre folk adesso in uso[10]


La nascita della chitarra elettrica

Gibson L-5

La storia della chitarra elettrica inizia quando si avvertì l’esigenza di uno strumento che avesse alcune caratteristiche proprie della chitarra (specialmente per quanto attiene alle modalità di esecuzione), ma che potesse suonare insieme agli altri senza esserne sovrastato dal volume di suono.Orville Gibson(Chateaugay, New York, 1856) era un abile liutaio specializzato in mandolini e chitarre. Sperimentò dei mandolini basandosi sulle progettazioni dei violini e dal 1890 applicó questa tecnica anche sulle chitarre, producendo strumenti a cassa arcuata e a buca ovale utilizzando corde d’acciaio al posto di quelle di budello per ottenere una maggiore potenza sonora, così che la chitarra non venisse sovrastata dagli altri strumenti nei complessi masse blues. Creò così l’odierna chitarra archtop.

Lloyd Loar, progettista alla Gibson dal 1920 al 1924, condusse i primi esperimenti mediante l’adozione di rilevatori in prossimità delle corde. Il concetto di chitarra elettrica deve però molto alle intuizioni di Adolph Rickenbacker, che nel 1931 realizzò il primo pick-up elettromagnetico (un dispositivo elettronico in grado di trasformare le vibrazioni delle corde in impulsi di tipo elettrico) e iniziò ad applicarlo ai normali strumenti acustici, creando una chitarra lap steel chiamata frying pan guitar, in due modelli (A22 e A25)[11]

Nel 1935 la Gibson iniziò la produzione del modello ES 150, una chitarra semiacustica con cassa di risonanza, aperture a “f” sulla tavola e un unico pick-up. Il modello riscosse un grande successo. Finalmente la chitarra, grazie all’amplificazione, poteva inserirsi meglio nelle formazioni del tempo, senza essere sovrastata dal volume degli altri strumenti.

Molti si cimentarono nella costruzione di chitarre elettriche, limitandosi di fatto ad amplificare il suono di strumenti acustici. Se da una parte la presenza di una cassa armonica combinata ad un pick-up produceva un suono pastoso e ricco di armoniche, dall’altra presentava una serie di svantaggi, tra cui il più fastidioso era l’effetto noto come feedbackacustico. La cassa dello strumento entrava in risonanza (effetto Larsen) con il suono emesso dall’amplificatore, creando echi, armonici e fischi di difficile gestione, col risultato di un suono sgradevole di difficile definizione.

Nel 1941 Les Paul, chitarrista e inventore, crea nei laboratori Epiphone un prototipo, detto The Log, ideato per ovviare al problema del feedback. Esso consisteva in un manico di chitarra acustica attaccato a un blocco di legno massiccio su cui erano installate le parti elettriche, e ai cui lati erano fissati le due “ali” di una chitarra acustica a forma di otto. Les Paul la propose l’idea alla Gibson che la rifiutò.

Nel 1948 Leo Fender, tecnico progettista di amplificatori, dà una svolta definitiva e crea la Broadcaster, una chitarra con due pick-up single coil miscelabili e con il corpo pieno in legno massiccio che annulla completamente le risonanze indesiderate e aumenta il sustain delle corde, sviluppando il concetto di chitarra solid body. Inoltre lo strumento di Leo Fender presenta un vantaggio fondamentale: le fasi di costruzione e assemblaggio delle parti che compongono lo strumento sono molto semplificate. Questo si traduce nella possibilità di automatizzare il processo di produzione e di conseguenza produrre gli strumenti in serie, con costi notevolmente più contenuti. Il successo è enorme, tanto che la Broadcaster, divenuta poi Telecaster, viene prodotta dalla Fender ancor oggi.


La struttura e le sue parti

Fondo chitarra Taylor in Ovangkol dell’Africa tropicale

Nella chitarra ci sono due sistemi che concorrono al funzionamento dello strumento: un sistema di produzione e amplificazione del suono e un sistema del sostegno. Una buona chitarra deve avere un ottimo equilibrio fra questi due sistemi, deve essere elastica e deformarsi in modo controllato e nelle sezioni utili[12] Descriveremo le varie parti partendo dall’alto:


Paletta

La paletta è la parte finale del manico e sostiene la meccanica dell’accordatura. Si unisce al manico in diversi modi: incollata con incastro a V o con giuntura obliqua invertita oppure, la paletta e il manico sono ricavate da un solo pezzo di legno (questo ultimo metodo è ormai poco utilizzato perché rende molto fragile il manico nel punto attacco con la paletta, dove le fibre sono inclinate).Nelle chitarre fino all’inizio del XIX secolo le corde della chitarra venivano accordate tramite Piroli conici inseriti verticalmente nella paletta poi sostituiti con meccaniche a chiavi, che consentono un’accordatura più agevole e stabile[12].


Manico

Il manico supporta la tastiera e termina con un tacco fissato alla cassa armonica. I legni utilizzati nel manico e nella paletta sono gli stessi: Cedro di Cuba (Cederla Odorata con peso specifico 0,45 – 0,55), il Mogano dell’Honduras (Swietenia macrophilla con peso specifico 0,58 – 0,75) e più’ raramente di acero[13]


Capotasto

Si trova nella parte estrema della tastiera e rappresenta il punto iniziale della parte vibrante della corda. Nelle chitarre più’ pregiate il materiale del capotasto è di avorio oppure di osso, nelle chitarre più’ economiche solitamente è di plastica[14]


Tastiera

Vari modelli di tastiere di palissandro e ebano

La Tastiera è il supporto dei tasti e solitamente di legno duro come palissandro o ebano per sopportare lo strofinamento continuo delle dita e delle corde.
Dopo che il manico è stato unito a livello della cassa, il liutaio incolla la tastiera che percorre la parte del manico e parte della tavola armonica fino alla buca. La larghezza della tastiera varia da chitarra a chitarra. Generalmente nella chitarra classica si ha una tastiera molto larga e si stringe nelle chitarra folk ed elettriche[15]


Tasti

I tasti sono composti da una lamina inserita nel legno e la parte esterna con la sezione a semicerchio. Il materiale dei tasti è L’Alpacca (una lega costituita da rame,zinco e nichel) molto resistente alla corrosione[13].La posizione dei tasti si può’ ottenere matematicamente con la “Regola del diciotto” (più’ precisamente 17,835). Questa formula si applica nel seguente modo: Si divide la lunghezza del diapason della chitarra per 17.835, in questo modo troviamo la larghezza del primo tasto cioè, la distanza tra il capotasto e la prima lamina inserita nel manico. Per calcolare la distanza tra il primo tasto e il secondo, si divide la lunghezza rimasta (dall’osso al primo tasto) e la si divide per 17,835. Si continua così per ogni tasto, ottenendo tasti in proporzione sempre più’ piccoli[16]

Qui sotto una tabella che rappresenta la tastiera e le note che possiamo trovare su ogni singola corda, come possiamo notare su ogni corda troviamo tutte le note della scala cromatica:

Corda 1° tasto 2° tasto 3° tasto 4° tasto 5° tasto 6° tasto 7° tasto 8° tasto 9° tasto 10° tasto 11° tasto 12° tasto
1 Mi Fa Fa# Sol Sol# La La# Si Do Do# Re Re# Mi
2 Si Do Do# Re Re# Mi Fa Fa# Sol Sol# La La# Si
3 Sol Sol# La La# Si Do Do# Re Re# Mi Fa Fa# Sol
4 Re Re# Mi Fa Fa# Sol Sol# La La# Si Do Do# Re
5 La La# Si Do Do# Re Re# Mi Fa Fa# Sol Sol# La
6 Mi Fa Fa# Sol Sol# La La# Si Do Do# Re Re# Mi

Corde

Corde della chitarra

Nel passato le corde erano di Minugia (budella di ovini) o di metallo. Nella seconda metà degli anni 40 con l’avvento del nylon la minugia è stata quasi interamente sostituita anche perché, con il nylon, si poteva aumentare la tensione e quindi potenziare il suono della chitarra[17] Questa ricerca di maggior volume ha riguardato tutti gli strumenti alla fine del XVIII secolo in poi, e ha portato alla nascita della chitarra classica in Europa, della chitarra folk in America (grazie a Christian F.Martin) con le corde in acciaio, fino a dare origine alla chitarra elettrica.[18]

Nella chitarra classica si hanno le prime tre corde (MI, SI, SOL) in plastica e le altre tre (RE, LA, MI) hanno un’anima in nylon multifilamento o seta, avvolta da un filo di rame argentato.


Cassa armonica

Particolare vista interno della cassa armonica con incatenatura a “X” della tavola armonica

La cassa armonica è la parte della chitarra che ha la funzione di sostenere e amplificare il suono delle corde. È composta dalle fasce dal fondo e dalla tavola armonica.


Fasce e fondo

Le fasce e il fondo sostengono la tavola armonica e riflettono il suono. Sono composte da due asticelle di legno dallo spessore di circa 2 mm e piegate a caldo per seguire la forma della tavola armonica. Le fasce sono incollate al manico e dalla parte opposta a un blocchetto di legno. Il fondo è costituito da due assicelle di legno dallo spessore di circa 3 mm aperte a libro e incollate tra di loro. È rinforzato da 3 o 4 catene di abete trasversali. I legni utilizzati per queste parti sono generalmente duri: Palissandro Brasiliano o indiano, Mogano, Ovangkol, Koa, Sapele, Acero e Ebano tra i più’ utilizzati.


Tavola armonica

La tavola armonica è composta da due assicelle di legno morbido dalla spessore di circa 2,5 mm aperte a libro e incollate tra di loro. Il suono della chitarra dipende soprattutto dalla qualità del legno utilizzato per la tavola: abete maschiato il più’ utilizzato delle chitarre da concerto e il Cedro rosso[19] Nella parte che sta all’interno della cassa vi sono applicate delle catene, formate da listelli di abete intagliati, che hanno la funzione di sostenere strutturalmente la sottile e fragile tavola armonica e di distribuire l’energia trasmessa dal ponte a tutta la parte inferiore della tavola stessa. L’incatenatura, cioè la disposizione delle catena, influisce in modo importante sulla qualità del suono e ogni costruttore, secondo la propria esperienza e gusto, sceglie il proprio disegno e disposizione[20]


Ponte

Ponte e osso di una chitarra classica

Il ponte, o ponticello, è incollato sulla tavola armonica; la sua funzione è di trasmettere le vibrazioni delle corde alla cassa armonica. il diapason e l’altezza delle corde sulla tastiera dipendono da dove è posizionato il ponte[20]. Il materiale migliore per il ponte è l’ebano perché’ con la sua densità prolunga il suono dato dalle vibrazioni della corda. Altri legni utilizzati sono: Palissandro e mogano[16].


Osso

L’osso è una sbarretta, solitamente di colore bianco, e può essere di diversi materiali: avorio, osso o plastica. Incastrato nella parte anteriore del ponte, è mobile ed è tenuto fermo dalla pressione delle corde. Permette di regolare facilmente l’altezza delle corde sulla tastiera[21]


Accordatura

Suono corde a vuoto (dalla prima alla sesta e viceversa)

La chitarra di tipo spagnolo o andaluso ha sei corde, ma spesso esistono delle variazioni; ad esempio in Brasile è diffuso un tipo di chitarra a sette corde. Un’altra variazione comune è la chitarra a dodici corde, che però porta la medesima accordatura replicata in ottava da corde accoppiate più sottili.

L’accordatura più comune, nota come accordatura spagnola o accordatura standard, è Mi-Si-Sol-Re-La-Mi, dalla corda più acuta alla più grave o, nell’uso anglosassone,E-B-G-D-A-E.[Nota 5]

Questa accordatura, in cui l’intervallo tra due corde adiacenti è di una quarta giusta (tranne che tra seconda e terza corda, che distano di una terza maggiore), si è imposta per ragioni storiche e perché forniva un buon compromesso nelle posizioni per formare accordi. Esistono anche accordature aperte, ad esempio l’accordatura sarda, in cui le corde a vuoto suonano un Do maggiore, e le accordature alternative. Queste accordature vengono usate in alcuni particolari generi musicali e sono spesso prescritte dai compositori per l’esecuzione di singoli brani.


Diapason

Diapason 645 mm della chitarra Martin 00-15

Chitarre 1/2, 3/4, 4/4.

Il diapason è la lunghezza totale della corda vibrante a vuoto e si misura dal lato interno del capotasto al punto in cui la prima corda (Mi cantino) entra in contatto con l’osso del ponte[16].

Una prima divisione tra le chitarre riguarda proprio il diapason [Nota 6], vi sono infatti tipi di chitarre dette 1/2, 3/4, 4/4, baritono, tenore, ecc.

Va, in ogni caso, tenuto presente che anche tra le chitarre di taglia normale (4/4) il diapason presenta una certa variabilità: ad esempio, nell’ambito delle chitarre classiche di attuale produzione il diapason standard misura 650 mm, ma spesso i modelli di livello medio-alto o alto si possono ottenere, in alternativa, con diapason più lungo o più corto: 664 mm[Nota 7]; 660, 640, 630 mm[Nota 8]; 660 o 640[Nota 9]; 655 mm.

Nelle chitarre acustiche il diapason varia da 610 mm a 660 mm. La tensione aumenta proporzionalmente rispetto alla lunghezza dalla corda[16].

Le chitarre possono essere suddivise innanzitutto in due grandi categorie, a seconda del modo in cui viene amplificato il suono delle corde in vibrazione: tramite la cassa armonica(chitarre acustiche; oppure tramite microfoni o pickup magnetici che convertono le vibrazioni delle corde in segnali trasmessi a un amplificatore (chitarre elettriche):


Tipi di chitarre


Chitarre acustiche

Le chitarre acustiche presentano un corpo vuoto chiamato cassa armonica. L’energia delle corde viene trasmessa dal ponte alla cassa. La tavola armonica vibra per simpatia con le vibrazioni delle corde e la cassa armonica ne amplifica il suono.[22]

Qui di seguito vedremo le varie tipologie di chitarre acustiche:


Chitarra classica

Una chitarra classica

Si possono anche trovare chitarre classiche a spalla mancante per facilitare lo spostamento nelle zone più alte della tastiera, e amplificate. Le chitarre flamenco sono molto simili per costruzione; hanno una protezione di plastica trasparente sopra e sotto la buca (detta golpero) per garantire l’integrità del sottile legno della tavola armonica dai colpi con le dita caratteristici di questo stile (vedi golpe e rasgueado).Le tre corde più sottili sono in plastica; le tre più grosse sono di nylon rivestito di metallo, o talvolta di seta rivestita di metallo. In passato, le corde erano di budello di agnello. L’amplificazione è ottenuta per risonanza dal corpo vuoto a forma di otto (la cassa armonica), mentre la tavola superiore è responsabile dello spostamento d’aria. Il cavigliere (o paletta) è leggermente inclinato all’indietro. Secondo la posizione tradizionale usata per la musica classica, questo tipo di chitarra si suona da seduti, con le dita, poggiando lo strumento sulla gamba sinistra, leggermente rialzata tramite un apposito poggiapiede.


Chitarra folk

Una chitarra folk con spalla mancante

Le chitarre folk o chitarre acustiche hanno solitamente sei corde. A volte sono “a spalla mancante” (in inglese cutaway), cioè è presente una rientranza sul margine inferiore della cassa armonica, per consentire di raggiungere i tasti più alti. Possono essere amplificate o elettrificate, ovvero munite di un sistema per amplificarne fedelmente il suono che comprende generalmente pickup solitamente piezoelettrici o magnetici ed eventualmente microfoni, con attaccojack per collegare direttamente lo strumento a un impianto PA o a un amplificatore.

La chitarra folk ha vari formati di cassa armonica: dai modelli piccoli detti “parlor” ai più grandi come la “Dreadnought”. Ha un manico rinforzato con un’asta di ferro all’interno (detta truss rod) per resistere alla maggiore tensione dovuta alle corde metalliche; essa è di solito regolabile e consente così di modificare la curvatura del manico a seconda delle preferenze di chi suona. La si può trovare in tutti i generi moderni, come il folk, il blues, il rock, la fusion, nei balli tradizionali (es.: country), eccetera.

Le corde metalliche conferiscono un suono brillante e pulito e vengono suonate con il plettro, con le dita (fingerstyle), o anche con dita e plettro contemporaneamente. Esistono versioni con spalla mancante (cutaway) per consentire un migliore accesso ai tasti delle note più alte, e versioni elettrificate per amplificare il suono direttamente senza l’ausilio di microfono esterno.
Appartiene a questo tipo la chitarra battente (o chitarra italiana)[23] La Gibson cominciò a produrre chitarre folk dagli anni trenta, con cassa grande detta “Jumbo” in concorrenza alle famose Martin Dreadnought[11] I maggiori costruttori di chitarre folk sono Martin, Taylor, Gibson, Ovation ecc.

Vari modelli e formati di chitarre Folk



Chitarre multicorde

Chitarra a 10 corde

Una delle prime chitarre a 10 corde fu pensata dal chitarrista Ferdinando Carulli assieme al liutaio francese René Lacôte nei primi del’Ottocento. Le cinque corde più acute avevano la possibilità di essere tastate, mentre le altre cinque venivano usate come corde a vuoto per i bassi. Con l’aiuto di una macchinetta applicata sulla paletta si poteva alterare di un semitono l’accordatura di alcune corde a vuoto (precisamente DO, FA e SOL; decima, settima e sesta corda) avendo la possibilità di più bassi[24]

 

Accordatura della chitarra decacorde di Carulli e Lacôte

Fra le possibili variazioni vi è il violão 7 cordas brasiliano, dove la settima corda, più grave del mi basso, si accorda Si oppure Do. Esistono le chitarre a otto corde utilizzate negli anni quaranta, usate in ambito jazz e, in tempi più recenti, utilizzate massicciamente da chitarristi di generi più aggressivi come hard rock e metal. Vi sono chitarre classiche a dieci, undici, dodici o quattordici corde (corde non doppie).


Chitarra a 12 corde

La chitarra a 12 corde (da non confondersi con la chitarra multicorde a dodici corde singole), ha sei coppie di corde montate a due a due, con le corde di ogni coppia molto vicine. Viene usata molto nel folk (es. nel fado), nel rock and roll, nella fusion, ma anche in tutti gli altri generi moderni, poiché il suo suono è molto intenso.

Le due coppie di corde più acute vengono accordate all’unisono, le restanti con un’ottava di intervallo. Si suona come una normale chitarra a sei corde, con la differenza che si premono due corde alla volta con un dito; data l’intensità del suono si presta molto bene all’accompagnamento ma un po’ meno all’uso solista.

Può essere di tipo folk o elettrico, esclusivamente a corde metalliche; come nei corrispondenti modelli a sei corde è provvista di truss rod, spesso doppio per sopportare la maggiore tensione delle corde.


Chitarra resofonica

Queste chitarre hanno un suono molto forte dall’inconfondibile timbro tagliente e metallico. Le vibrazioni delle corde sono trasmesse dal ponte a un piatto di metallo che si comparta da risonatore e amplifica il suono. Possono essere con la cassa armonica interamente di metallo con il risonatore a cono, come le prime chitarre National, oppure come le prime chitarre Dobro con la cassa in legno e il risonatore a forma di ciotola in metallo.[25]Le chitarre a risonatore metallico, conosciute anche come National o Dobro, furono costruite negli anni venti dai fratelli Dopyera, fondatori della National Guitar Company e successivamente della Dobro Company (nel 1934 avvenne la fusione di queste due società) .


Chitarra elettrica

Una chitarra elettrica Solid Body

È un tipo di chitarra in cui la vibrazione delle corde viene rilevata da uno o più pick-up magnetici che la trasformano in un segnale che viene convogliato in un amplificatore acustico, il quale rende udibile il suono dello strumento. La tipologia delle chitarre elettriche vede quelle a corpo solido (solid body), senza cassa acustica, e le semiacustiche hollow body (corpo cavo), o semi-hollow body.


Solid body

il suono è prodotto da pickup magnetici che convertono le vibrazioni delle corde in segnali trasmessi a un amplificatore che funziona a corrente elettrica. La cassa armonica non è quindi necessaria e infatti le chitarre elettriche hanno nella maggioranza dei casi un corpo pieno e rigido; il suono acustico in questo caso è molto debole e poco percepibile. Le corde sono necessariamente metalliche e il manico è quindi rinforzato da truss rod. È usata massicciamente nel blues, nel rock and roll, nel country, nel jazz, nel jazz-rock, nella fusion e nel metal.

chitarre “semiacustiche”

chitarra Semiacustica Gibson CS-336

sono chitarre elettriche, amplificate quindi tramite pick-up magnetici, ma con cassa di risonanza e con due buche laterali a “f”, simili a quelle degli strumenti ad arco: il suono è principalmente elettrico, ma con dinamiche che ricordano quelle di una chitarra acustica; storicamente è il primo tipo di chitarra elettrica, derivata dalle archtopacustiche degli anni venti; è il tipo di chitarra elettrica di solito preferita nel jazz e nel rhythm and blues.


chitarre acustiche elettrificate

Sono chitarre acustiche che montano sistemi elettronici (di solito trasduttori piezoelettrici e/o microfoni) per riprodurre il loro suono, generato acusticamente, anche attraverso un impianto audio o un amplificatore e consentire quindi di rendere il suono chiaro e udibile anche in grandi ambienti occupati da molte persone.


chitarre elettriche “a piezo”

sono chitarre elettriche che oltre ai pickup magnetici, o al posto di questi, hanno anche trasduttori piezoelettrici per riprodurre un suono che assuma certe caratteristiche tipiche della chitarra folk.


Le tecniche

Di solito, la mano destra pizzica le corde, in corrispondenza della buca, facendole vibrare, mentre la sinistra preme le corde sul manico. Fra i chitarristi mancini, alcuni usano uno strumento che è l’immagine speculare di un corrispondente destrorso (e quindi con le corde ribaltate rispetto a un destrorso), altri usano uno strumento destrorso ma rovesciato (e quindi senza mutare l’ordine delle corde), altri ancora usano uno strumento destrorso rovesciato ma con le corde ribaltate; ma vi è anche chi usa strumenti destrorsi al modo dei destrorsi.

Esistono diversi modi o tecniche per suonare la chitarra. Un breve excursus fra le più famose e utilizzate vede le seguenti. Per una trattazione più vasta e approfondita si può consultare la categoria tecnica chitarristica.


Slide Guitar

Con slide guitar si intende in primo luogo un modo di suonare la chitarra, vale a dire l’utilizzo di un pezzo di materiale sufficientemente pesante e liscio (ai tempi del blues delle origini, spesso un collo di bottiglia, in inglese bottleneck, o il manico di un coltello a serramanico) che viene fatto strisciare sulle corde senza premerle contro i tasti per ottenere un suono glissato. Il collo di bottiglia viene infilato su un dito della mano sinistra (anulare o mignolo) e fatto scorrere sulle corde, le dita rimaste libere suonano sui tasti nel modo usuale, anche se con minore libertà di movimento.

A causa di questo fatto, spesso per questa tecnica sono preferite le accordature aperte, che evitano corde vuote accordate su note non appartenenti all’accordo di tonica e facilitano il modo di suonare, specialmente se si tratta di musica modale come fondamentalmente è il blues stesso.

Un’altra tecnica consiste nell’appoggiare la chitarra in grembo (lap style), con la tavola armonica verso l’alto, e usare la mano sinistra unicamente con la tecnica slide: le dita afferrano l’oggetto liscio e pesante e non premono più sui tasti. In questo caso l’accordatura aperta è quasi obbligatoria. Sono quindi state realizzate chitarre apposite per essere suonate con questa tecnica: prive di tasti metallici e con le corde più rialzate rispetto ad una normale chitarra, usate ad esempio nel blues e nel country.

Un importante sviluppo di questo tipo di chitarra è la chitarra indiana, usata in India e ricavata da una chitarra occidentale suonata in lap style, ma con un diverso tipo di accordatura: le corde per la melodia(fondamentalmente non si usano accordi) sono tre o quattro (accordate su tonica-quinta-ottava o tonica-quinta-ottava-quarta), e vengono affiancate da una dozzina di sottili corde di risonanza accordate sulle note della scala usata. Ci sono poi due corde di bordone accordate sulla tonica, suonate spesso per ribadire il punto di riferimento fondamentale (la tonica stessa). Questa chitarra è usata esclusivamente per la musica modale.


Fingerstyle

Il fingerstyle (letteralmente “stile delle dita”), fingerpicking (lett. “pizzicare con le dita”) o diteggiato è una tecnica usata per suonare, oltre alla chitarra, il basso e altri strumenti a corda. Viene eseguita usando le punte delle dita e le unghie al posto del plettro.

Ciò che nello specifico lo differenzia dallo stile classico è l’uso del pollice della mano destra che suona il “basso alternato”. Il pollice marca cioè ogni quarto della battuta suonando una nota bassa sulle due/tre corde più gravi, mentre le altre dita (indice, eventualmente accompagnato dal medio e anche dall’anulare) suonano le altre corde e sviluppano quindi, a seconda dell’arrangiamento, sia l’armonia sia la melodia. È caratteristico dei generi folk, country-jazz e blues. Viene anche usato da esponenti noti del rock and roll, come Mark Knopfler e Jeff Beck, sebbene resti una pratica poco diffusa sulla chitarra elettrica. In Italia un esponente noto di questo stile è Alex Britti.


Flatpicking

Il flatpicking è la tecnica di suonare la chitarra con l’utilizzo di una penna (o anche plettro). Questo è sicuramente il sistema più comunemente utilizzato da tutti, anche se comunque presenta una grande diversità di approcci.

Esistono tanti modelli di plettro, differenti principalmente per dimensioni e durezza. Comunemente si utilizzano plettri morbidi per la chitarra folk e plettri duri per la chitarra elettrica, ma questa regola è naturalmente piena di eccezioni.

Fra le eccezioni più note si cita il chitarrista dei Queen, Brian May, che ha trovato il suo suono ideale suonando con l’ausilio di una monetina da sei pence britannici.


Shred

Lo shred è una tecnica mista che privilegia la velocità di esecuzione per mezzo di tecniche come legato, alternate picking, sweep-picking ed economy picking. Prevalentemente utilizzata nella musica metal, è legata a chitarristi quali John Petrucci, Yngwie Malmsteen, Steve Vai, Joe Satriani, Michael Angelo Batio, Kee Marcello, Paul Gilbert e Jeff Loomis.


Altre tecniche utilizzate

  • Bending
  • Chicken picking
  • Hammer-on
  • Palm mute
  • Pennata alternata
  • Pizzicato
  • Pull-off
  • Rasgueado
  • Sweep-picking
  • Tapping
  • Tecnica della tambora
  • Tocco appoggiato
  • Tremolo

Museo della Musica di Barcellona


Chitarra ritmica

La chitarra ritmica (o chitarra di accompagnamento), specialmente nel rock, è la chitarra che si suona per accompagnare armonicamente e dare ritmo a un brano: in questo senso il suono non risalta in maniera particolare.

Più in generale, la chitarra ritmica viene contrapposta alla chitarra solista, ma può indicare anche solo la funzione ricoperta da uno strumento: spesso infatti, in realtà, i due ruoli all’interno di un gruppo vengono ricoperti da una sola. Nel caso che nel gruppo ci siano invece due chitarristi, spesso uno dei due esegue solamente la sezione ritmica, mentre l’altro si concentra sia su quest’ultima sia sugli assolo.

Molte band presentano una sola chitarra, quali Led Zeppelin, Nirvana, U2, Bon Jovi, Queen, Pink Floyd, Red Hot Chili Peppers, Blink-182 solo per citarne alcuni. Presentano (o presentavano) invece nella formazione più di una chitarra gruppi come Scorpions, Aerosmith, The Beatles, AC/DC, Guns N’ Roses, Slipknot, Linkin Park, Litfiba, Avenged Sevenfold, Kiss, The Clash o The Rolling Stones e gli Iron Maiden, che presentano addirittura tre chitarre simultanee.

Va inoltre sottolineato che, il più delle volte, il ritmo della chitarra differisce sia da quello della melodia sia da quello dato dalle percussioni.


Chitarra solista

La chitarra solista è invece la chitarra che ha la funzione di sostituire, anziché accompagnare, la voce per la durata di una strofa (il cosiddetto assolo); potendo andare oltre l’estensione vocale viene utilizzata quindi per variarne e arricchirne la melodia.

È utilizzata in alcuni gruppi in aggiunta alla chitarra di accompagnamento: infatti se la chitarra d’accompagnamento dovesse interrompere un giro di accordi per iniziare un assolo, sarebbe difficile non notare un istante di stacco; tuttavia in alcuni gruppi con molta esperienza ciò non accade, ovvero il chitarrista di accompagnamento esegue anche assoli, lasciando temporaneamente la parte ritmica al basso e/o alpianoforte.

Capita sovente (soprattutto nell’hard rock e nell’heavy metal) che i chitarristi, quando ve ne sia più di uno, non abbiano un ruolo fisso e che si alternino suonando ciascuno le proprie parti ritmiche e il proprio assolo durante l’esecuzione di un brano. In alcuni casi, entrambe le chitarre possono eseguire un assolo in contemporanea (suonando insieme le stesse note e accordi simili), lasciando al solo basso la parte ritmica.


Note esplicative

  1. ^ In questa pagina si può vedere la Chitarra di Vinaccia: http://www.gettyimages.it/detail/foto/transitional-guitar-by-antonio-vinaccia-italy-18th-fotografie-stock/556422705.
  2. ^ In questa pagina possiamo vedere uno degli strumenti più antichi di questo autore e uno dei primi esempi di chitarra a sei corde semplici. http://www.frignanilorenzo.com/strumenti-a-pizzico/strumenti-antichi/chitarra-g.b.fabricatore-1794-1f015-22.html.
  3. ^ In questa pagina si può vedere una Chitarra Spagnola del 1804: http://www.gettyimages.it/detail/foto/spanish-six-course-guitar-made-by-pages-c-1804-front-fotografie-stock/87854320.
  4. ^ In questa pagina si può vedere la Chitarra di Bergonzi: http://www.gettyimages.it/detail/foto/guitar-attributed-to-carlo-bergonzi-italy-18th-fotografie-stock/162279397.
  5. ^ Dette note, nella loro denominazione completa (cioè con gli indici di ottava italiani e inglesi), sono: mi3, si2, sol2, re2, la1, mi1; e secondo il citato uso anglosassone: E4, B3, G3, D3, A2, E2.
  6. ^ In spagnolo: tiro o escala (e, commercialmente, perfino distancia entre huesos), in ingl.: scale. Va tenuto presente che il termine spagnolo diapasón designa, invece, la tastiera della chitarra.
  7. ^ per esempio come questa José Ramirez “la C664” http://www.guitarsalon.com/store/p4083-2010-jose-ramirez-quot1a-c664quot-cdin.html; detta a tiro largo, in opposizione a tiro corto che corrisponde al diapason standard di 650 mm.
  8. ^ per esempio come Manuel Contreras II.
  9. ^ per esempio come Kohno/Sakurai.

Note bibliografiche

  1. ^ Har-Mose e Sen-Mut
  2. ^ Allorto 1990, pag. 5.
  3. ^ Radole 1997, pag. 127.
  4. ^ Sachs 1996, pag. 445.
  5. ^ Gilardino Grimaldi 2013, p. 9.
  6. ^ Allorto 1990, p. 10.
  7. ^ Allorto 1990, pag 11.
  8. ^ Osborne 2012, p. 204.
  9. ^ Allorto 1990, p. 9.
  10. ^ Carta 2011, p. 20.
  11. ^ a b Denyer 2000, pp. 46-47.
  12. ^ a b Denyer 2000, p. 18.
  13. ^ a b Denyer 2000, p. 19.
  14. ^ Denyer 2000, p. 38.
  15. ^ Denyer 2000, p. 39.
  16. ^ a b c d Denyer 2000, p. 40.
  17. ^ Denyer 2000, p. 162.
  18. ^ Allorto 1990, p. 15.
  19. ^ Allorto 1990, p. 20.
  20. ^ a b Denyer 2000, p. 21.
  21. ^ Allorto 1990, p. 22.
  22. ^ Denyer 2000, p.34.
  23. ^ Denyer 2000.
  24. ^ Allorto 1990.
  25. ^ Denyer 2000,  p. 48.

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Cinema, prima proiezione pubblica a Parigi nel 1895

Il 28 dicembre 1895 le “immagini in movimento” dei fratelli Lumière, Louis e Auguste, vennero proiettate in un locale pubblico, ricavato nel sotterraneo del Grand Cafè del Boulevard des Capucines, a Parigi.

Immediatamente il Cinématographe Lumière suscitò un’enorme sensazione. Lì il pubblico poté assistere, per la prima volta, a brevi  riprese della vita quotidiana, storie vere, fatti di cronaca che mostravano persone impegnate nelle azioni di tutti i giorni. per esempio, una folla di operai all’uscita da una fabbrica, la famiglia Lumière riunita a tavola, un ginnasta in azione, un carpentiere al lavoro, le strade cittadine.

Per quanto semplici e brevi fossero –  10 bobine, ognuno della durata di un minuto circa –  i film dei Lumière riscossero entusiastici commenti sulla Stampa francese. il quotidiano parigino La Poste così commentò quelle pellicole, divenute ormai famose: “E’ la vita per la vita. Il Movimento stesso del vivere quotidiano”.
Da allora i teatri cominciarono a inserire brevi filmati nei loro cartelloni. alondra Verano parecchi Caratteristici i teatri-cinema. Come l’ Alhambra Music Hall, Deve essere presentato un filmato sull’edizione 1896 del Derby, la classica corsa inglese di galoppo. Ol?Empire, che nel 1897 proiettò i film dei Lumière e le riprese dei festeggiamenti per il 60° anniversario dell’incoronazione della Regina Vittoria. A partire dal 1905, negli Stati Uniti si diffusero locali cinematografici detti Nickel Odeons, che offrivano programmi vari per, appunto, pochi centesimi (un “nichelino”).

Crowdfunding

Il crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. È una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilita persone e risorse. Definizione Il termine crowdfunding trae la propria origine dallo crowdsourcing o sviluppo collettivo di un prodotto. Il finanziamento collettivo si può riferire a iniziative di qualsiasi genere, dall’aiuto in occasione di tragedie umanitarie al sostegno all’arte e ai beni culturali, al giornalismo partecipativo, fino all’imprenditoria innovativa e alla ricerca scientifica. Il finanziamento collettivo è spesso utilizzato per promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale, abbattendo le barriere tradizionali dell’investimento finanziario. Negli ultimi anni sempre più spesso è stato invocato come una sorta di panacea per tutti i mali e un’ancora di salvezza per le economie colpite dalla crisi finanziaria. Il web è solitamente la piattaforma che permette l’incontro e la collaborazione dei soggetti coinvolti in un progetto di crowdfunding. Secondo il Framework for European Crowdfunding, «l’ascesa del crowdfunding negli ultimi dieci anni deriva dal proliferare e dall’affermarsi di applicazioni web e di servizi mobile, condizioni che consentono a imprenditori, imprese e creativi di ogni genere di poter dialogare con la crowd per ottenere idee, raccogliere soldi e sollecitare input sul prodotto o servizio che hanno intenzione di proporre». Il crowdfunding è una importante fonte di finanziamento ogni anno per circa mezzo milione di progetti europei che altrimenti non riceverebbero mai i fondi per vedere la luce. Nel 2013 in Europa sono stati raccolti fondi pari a circa un miliardo di euro. Si stimano aumenti esponenziali nel prossimo futuro, milioni di miliardi entro il 2020, grazie al crowdfunding, che trova tutti gli elementi per poter sprigionare al meglio le sue potenzialità nel web 2.0. Le iniziative di finanziamento collettivo si possono distinguere in iniziative autonome, sviluppate ad hoc per sostenere cause o progetti singoli, e piattaforme di crowdfunding. Colui che ha portato alla notorietà il crowdfunding oltreoceano è Barack Obama, pagando parte della sua campagna elettorale per la presidenza con i soldi donati dai suoi elettori, che erano i primi portatori di interesse. Un esempio di iniziativa autonoma di crowdfunding è la campagna Tous mécènes («tutti mecenati») del Louvre. Il progetto prevedeva di raccogliere 1 milione di euro attraverso le donazioni delle web community per acquistare da un collezionista privato il capolavoro rinascimentale Le tre grazie di Cranach. In Italia la campagna di crowdfunding che ha raccolto più adesioni è stata quella per la ricostruzione della Città della Scienza, il polo scientifico di Napoli distrutto da un incendio doloso a marzo 2013, che ha raccolto oltre un milione di euro. Wikipedia

Cultura arte moda spettacolo

La cultura, l’arte la moda e lo spettacolo racchiudono tutto ciò che rende l’uomo creativo e unico, la nostra creatività, fantasia, la nostra capacità di esprimerci in molti modi diversi ci distingue.

Tecnica di memorizzazione dei loci

La tecnica dei loci (plurale del termine latino locus, che significa “luogo”), anche chiamata “palazzo della memoria“, è una tecnica mnemonica introdotta in antichi trattati di retorica greci e romani (Rhetorica ad Herennium, De oratore, e Institutio oratoria).

In questa tecnica mnemonica gli elementi da ricordare vengono associati a specifici luoghi fisici.[1] Per rammentare in un certo ordine vari contenuti si ricorre alla memorizzazione di relazioni spaziali. Il termine viene utilizzato principalmente in scritti specializzati di psicologia, neurobiologia e memoria, anche se tracce del suo uso generico possono essere rinvenute già in scritti di retorica, logica e filosofia risalenti alla prima metà del XIX secolo.[2]

Descrizione

La tecnica dei loci viene anche chiamata Journey Method (ovvero “metodo del viaggio”), in cui vengono immagazzinate liste di elementi, oppure tecnica della Roman Room (ovvero “della stanza romana”), che risulta più efficace per una memorizzazione di informazioni prive di relazione tra loro.[3] In pratica, si tratta di un metodo di miglioramento della memoria che utilizza la visualizzazione di elementi per ricordare e organizzare le informazioni. Svariati campioni di concorsi di memoria affermano di utilizzare questa tecnica per poter ricordare visi, numeri e liste di parole; il loro successo ha poco a che fare con la struttura del cervello o l’intelligenza, piuttosto il merito è da attribuire all’uso di parti del cervello che controllano l’apprendimento spaziale. Le regioni del cervello utilizzate includono il Lobo parietale, la corteccia retrospleniale e l’ippocampo posteriore destro.

« La tecnica dei loci, una tecnica immaginativa conosciuta dagli antichi Greci e Romani e descritta da Yates (1966) nel suo libro The Art of Memory e da Lurija (1969). Tramite questa tecnica il soggetto memorizza la struttura di un edificio, oppure la distribuzione di negozi in una via o una qualsiasi zona geografica composta da un numero di loci. Durante il tentativo di ricordare un numero di elementi il soggetto si fa strada tra i loci e associa ad ogni elemento un locus, creando un’immagine che mette in relazione l’elemento e una caratteristica precisa del corrispondente locus. Il recupero delle informazioni si ottiene “camminando” tra i loci e permettendo a questi ultimi di attivare gli elementi desiderati. »
(John O’Keefe e Lynn Nadel, The Hippocampus as a Cognitive Map)

Uso contemporaneo

Molti memorizzatori capaci utilizzano la tecnica dei loci. Le competizioni mnemoniche hanno avuto inizio nel 1991[4] e sono state introdotte negli USA nel 1997. Parte della competizione consiste nel memorizzare e ricordare sequenze di cifre, numeri a due cifre, lettere dell’alfabeto o carte da gioco. I contendenti utilizzano varie strategie prima della competizione e utilizzando la memoria a lungo termineassociano un’immagine vivida ad ogni elemento da ricordare. Inoltre creano una via precisa e familiare, da poter seguire, stabilendovi dei punti definiti detti loci. Successivamente l’unico compito da svolgere nella competizione sarà quello di recuperare l’immagine, associata all’elemento desiderato, da ogni locus. Per ricordare ciò che serve ripercorrono la via creata, si fermano nel locus interessato e osservano l’immagine che li condurrà all’elemento associatovi. I campioni di memorizzazione elaborano la tecnica in modo da combinare diverse immagini. Dominic O’Brien[5] vincitore per otto volte della World Memory Championship utilizza questa tecnica chiamandola The Journey Method (metodo del viaggio). Il tedesco Clemens Mayer, nel 2006 vincitore della sopracitata competizione, utilizzò un “viaggio” composto da 300 punti di riferimento collocati in casa sua, per realizzare il record del mondo nella “number half marathon”, riuscendo a memorizzare 1040 cifre casuali in mezz’ora. In un esperimento, utilizzando la tecnica dei loci, un soggetto è addirittura riuscito a memorizzare 65.536 cifre del Pi Greco.[6]

Utilizzando questa tecnica un individuo con capacità mnemoniche nella media, dopo aver creato una via, stabiliti dei punti di fermo e impresso le immagini di riferimento nella memoria a lungo termine, può riuscire a ricordare l’ordine delle carte di un mazzo mescolato in meno di mezz’ora di pratica. Il record del mondo in questa disciplina è di Simon Reinhard che ha memorizzato un intero mazzo di carte mescolato in 21.19 secondi.[7]

Questa tecnica viene insegnata come tecnica metacognitiva e solitamente viene utilizzata per codificare le idee chiave di un soggetto. I due approcci sono:

  1. Individuare le idee chiave di un soggetto e poi impararle ponendole in relazione tra loro;
  2. Pensare profondamente alle idee chiave di un soggetto e arrangiarle in relazione ad un argomento per poi ordinarle ed associarle a dei loci.

Il Rhetorica ad Herennium, e gran parte delle altre risorse riguardo alla tecnica dei loci, consigliano l’integrazione di un’elaborazione codificata, che comprenda immagini o suoni, per migliorare il processo di memorizzazione. Tuttavia, data l’efficacia della memoria spaziale, anche solo posizionare mentalmente degli elementi da ricordare in luoghi veri o immaginari, in vari casi funziona.

Una recente versione della tecnica ha integrato la creazione di luoghi immaginari (case, palazzi, strade) a cui viene applicato lo stesso metodo mnemonico, che funziona come la tecnica dei loci standard nonostante l’iniziale impegno maggiore richiesto nella realizzazione del luogo. Il vantaggio di questo metodo è quello di poter creare città che rappresentano vari argomenti o aree di studio, il che consente di poter organizzare le informazioni in modo ordinato e facilmente accessibile tramite un percorso, quest’ultimo inoltre porterà i ricordi verso l’immagazzinamento nella memoria a lungo termine.[8]

Un esempio della sopravvivenza della tecnica dei loci nella lingua italiana sono le espressioni “in primo luogo”, “in secondo luogo” e altre simili.

Applicabilità del termine

Il termine “tecnica dei loci” viene in certi casi utilizzato rispetto a ciò che è conosciuta come mnemotecnica le cui origini, secondo la tradizione risalgono alla storia di Simonide e del banchetto distrutto dal terremoto.[9] Simonide fu capace di ricordare i posti in cui erano seduti i commensali e poté in questo modo riconoscere i defunti. Secondo lo psicologo e neuroscienziato Steven M. Kosslyn questo racconto portò allo sviluppo della tecnica mnemonica che i Greci chiamarono “tecnica dei loci”[10] Secondo John Skoyles, neuroscienziato e Dorion Sagan, giornalista scientifico “si tratta di un’antica tecnica di memorizzazione chiamata “tecnica dei loci” in cui i ricordi vengono associati a luoghi mentali, la quale dal racconto di Simonide”[11] Linda Verlee Williams asserisce che “Una tecnica valida è quella detta “dei loci”, creata da Simonide, un poeta greco del V secolo a.C.”[12] La psicologa Elizabeth Loftus cita la storia di Simonide e descrive gli aspetti basilari dell’uso dello spazio nella mnemotecnica, inoltre commenta “Questo tipo di tecnica mnemonica viene ora chiamata tecnica dei loci”.[13] L’utilizzo di luoghi e posizioni fisiche era particolarmente presente nelle tecniche mnemoniche antiche, tuttavia il termine “tecnica dei loci” non venne utilizzato esclusivamente in riferimento a schemi di memorizzazione basati sull’organizzazione spaziale. Ad esempio, Aristotele parla di topoi (luoghi) in cui i ricordi vengono riuniti. Mentre ilRhetorica ad Herennium tratta l’uso di immagini oltre che di luoghi. Nelle risorse classiche e medievali le tecniche mnemoniche vengono chiamate “arte (o arti) della memoria” (ars memorativa or artes memorativae) invece che “tecnica dei loci”. Questa locuzione non viene utilizzata sempre nemmeno negli studi specializzati sull’argomento, ad esempio Mary Carruthers, professoressa esperta di tecniche mnemoniche chiama questa tecnica “architettura mnemonica”.

In altri casi l’uso del termine è più specifico: “La tecnica dei loci è uno strumento mnemonico che comprende la creazione di una mappa visiva della propria abitazione”[14]

Il nome della tecnica può risultare fuorviante in quanto gli antichi principi della mnemotecnica sopracitati si basano in modo equivalente sia su immagini che su luoghi. L’allenamento mnemonico nell’antichità era molto più comprensivo e specifico riguardo l’importanza degli elementi utilizzati.

Memoria spaziale e attivazione selettiva del cervello

I campioni di memorizzazione, il cui 90% utilizza la tecnica dei loci, si sono sottoposti a risonanze magnetiche al cervello, i test hanno dimostrato che durante l’utilizzo di questo metodo le regioni del cervello attive sono quelle che regolano la percezione spaziale; queste ultime includono il Lobo parietale, la corteccia retrospleniale e l’ippocampo posteriore destro.[15] Il Lobo parietale è responsabile della codifica e del recupero delle informazioni. Gli individui che riscontrano problemi clinici al Lobo parietale hanno difficoltà ad associare punti di riferimento fisici ai luoghi corrispondenti; inoltre molti di questi pazienti, ricevute indicazioni su un percorso non sono capaci di seguirle e finiscono con il perdersi. La corteccia retrospleniale è, invece, una zona collegata alla memoria di navigamento; durante lo studio di Pothuzien HH, sugli effetti di specifiche lesioni granulari della corteccia retrospleniale nei ratti, i ricercatori hanno riscontrato una relazione stabile tra le suddette lesioni e il peggioramento delle abilità di comprensione spaziale. I ratti malati, sotto esperimento, non riescono a ricordare in quale parte del labirinto sono già stati, non esplorano quasi mai parti nuove e spesso dimenticano il percorso durante gli esperimenti successivi; per queste ragioni impiegano molto più tempo per completare il percorso ed uscire dal labirinto rispetto ai ratti con una corteccia retrospleniale sana.

In uno studio classico di neuroscienza cognitiva O’Keefe e Nadel sostengono la seguente tesi “L’Ippocampo è il centro del sistema della memoria neuronale e fornisce un quadro oggettivo in cui gli elementi e gli eventi, facenti parte dell’esperienza di un organismo, sono localizzati e correlati tra loro.”[16] Questa teoria è fonte di grandi dibattiti infatti è stato fatto presente tramite esperimenti che “ L’Ippocampo convalida la nostra capacità di navigazione, la creazione e il recupero dei ricordi e l’abilità di immaginare esperienze future. Il modo in cui si svolgano tali attività tra milioni di neuroni ippocampali è tuttora un’incognita notevole della Neuroscienza, inoltre è aperto il dibattito su dimensioni e organizzazione dei neuroni ippocampali.”:[17]

“Tramite tecniche di diagnostica per immagini di tipo neuropsicologico, strutturale e funzionale abbiamo scoperto che la cosiddetta “super memoria” non è dovuta ad eccezionali capacità intellettuali o differenze nella conformazione del cervello. È stato piuttosto accertato che i memorizzatori più capaci utilizzano un metodo di apprendimento spaziale (“la tecnica dei loci”; Yates, 1966) nel quale le parti attive del cervello sono infatti quelle responsabili della memoria spaziale, tra queste vi è l’Ippocampo.”[18]

La “tecnica dei loci”, descritta per la prima volta da Simonide è esplicitamente spaziale. In questo tipo di tecnica i soggetti migliorano le proprie capacità mnemoniche mettendo gli elementi da ricordare in un luogo. Il recupero viene effettuato semplicemente dirigendosi nel posto mentale corrispondente all’elemento desiderato […] Gli eventi che si manifestano in contesti differenti vengono ricordati solo in quei contesti e nonostante possano essere molto simili vengono raramente confusi tra loro. Le mappe mentali di casa nostra, del nostro quartiere o città che conserviamo sono esempi del tipo di contesto spaziale in cui gli eventi avvengono e in cui possono venire codificati e successivamente ricordati. Studi effettuati da Smith, Glenberg, e Bjork (1978) e da Bellezza e Reddy (1978) indicano che il potere della “tecnica dei loci” è il trarre vantaggio dallo stato delle cose attuale.[19]

Cultura di massa

Letteratura

  • Nel libro del 1981 Little, Big di John Crowley, il personaggio Ariel Hawksquill utilizza questa tecnica.
  • Nel libro Hannibal (1999), terzo capitolo della saga dello scrittore Thomas Harris, la tecnica dei loci viene impiegata dal personaggio di fantasia Hannibal Lecter. In svariati paragrafi del libro vi sono descrizioni del Dr. Lecter che si appresta ad attraversare un complesso Palazzo della memoria per poter recuperare dei ricordi.[20]
  • Nel libro L’esercito dei mercenari di Matthew Reilly, il protagonista Shane Schofield utilizza la tecnica per preservare i buoni ricordi e proteggersi da abusi psicologici.
  • Nel libro Wolf Hall di Hilary Mantel il protagonista Thomas Cromwell utilizza questa tecnica.
  • È inoltre l’argomento principale del libro Moonwalking with Einstein: The Art and Science of Remembering Everything di Joshua Foer

Televisione

  • Nell’episodio “I mastini di Baskerville” della serie tv Sherlock, Sherlock Holmes utilizza il suo palazzo della mente per recuperare ricordi utili alla risoluzione del caso. Nella medesima serie, la tecnica viene nuovamente citata nel primo episodio della terza stagione, “La casa vuota”; Sherlock Holmes utilizza il palazzo mentale anche nelle puntate successive della stessa serie, e la tecnica assume particolare rilievo nell’episodio “L’ultimo giuramento”.
  • Nell’episodio “The Long Fuse” della serie tv Elementary, Sherlock Holmes utilizza la tecnica per ricordare una frase.
  • Il Palazzo della memoria viene inoltre utilizzato in molti episodi della serie tv The Mentalist dal protagonista Patrick Jane per aiutare testimoni e colleghi.

Note

  1. ^ Neil R. Carlson, Psychology the science of behaviour, Pearson Canada Inc., 2010, p. 245, ISBN 9780205645244.
  2. ^ e.g. In una discussion della memoria topica Alexander Jamieson afferma che delle “linee memoriali”, o versi, si rivelano più utili della tecnica dei loci.; A Grammar of Logic and Intellectual Philosophy, A. H. Maltby, 1835, p112
  3. ^ Academictips.org – Memory Techniques, Memorization Tips – The Roman Room Technique
  4. ^ Foer, Joshua. “Forget Me Not: How to win the U.S. memory championship,” Slate (March 16, 2005).
  5. ^ https://www.fazland.com/articoli/rassegne-stampa/memory-world-championship-1997 Memory World Championship 1997
  6. ^ Raz A, Packard MG, Alexander GM, Buhle JT, Zhu H, Yu S, Peterson BS. (2009). “A slice of pi: An exploratory neuroimaging study of digit encoding and retrieval in a superior memorist.”Neurocase. 6:1-12. DOI: 10.1080/13554790902776896 PMID 19585350
  7. ^ Awesome Memory: German Speed Cards Record on Vimeo
  8. ^ Bremer, Rod. The Manual – A guide to the Ultimate Study Method (USM) (Amazon Digital Services).
  9. ^ Frances Yates, The Art of Memory, University of Chicago, 1966, p1-2
  10. ^ Steven M. Kosslyn, “Imagery in Learning” in: Michael S. Gazzaniga (Ed.), Perspectives in Memory Research, MIT Press, 1988, p245; è importante fare presente che Kosslyn non riporta alcun esempio dell’utilizzo del termine nei periodi greco e romano.
  11. ^ John Robert Skoyles, Dorion Sagan, Up From Dragons: The Evolution of Human Intelligence, McGraw-Hill, 2002, p150
  12. ^ Linda Verlee Williams, Teaching For The Two-Sided Mind: A Guide to Right Brain/Left Brain Education, Simon & Schuster, 1986, p110
  13. ^ Elizabeth F. Loftus, Human Memory: The Processing of Information, Lawrence Erlbaum Associates, 1976, p65
  14. ^ Sharon A. Gutman, Quick Reference Neuroscience For Rehabilitation Professionals, SLACK Incorporated, 2001, p216
  15. ^ Routes to remembering: the brains behind superior memory Maguire, E. et al Nature Neuroscience vol 6 95 (2003)
  16. ^ John O’Keefe e Lynn Nadel, The Hippocampus as a Cognitive Map, Oxford University Press, 1978, p1
  17. ^ Hassabis et al., Decoding Neuronal Ensembles in the Human Hippocampus, Current Biology (2009)
  18. ^ R. Parasuraman, Matthew Rizzo, Neuroergonomics, Oxford University Press, 2007, p139
  19. ^ Donald Olding Hebb, Peter W. Jusczyk, Raymond M. Klein, The Nature of Thought, Lawrence Erlbaum Associates, 1980, p217-218
  20. ^ Thomas Harris, Hannibal, Delacorte Press, 1999, ISBN 0-385-29929-X.

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